Ale Giordie

Racconti


RACCONTI DAL CEP

RABBIA IN CORPO

Un giorno come gli altri ma forse con più rabbia in corpo
Non era tanto il fatto del funerale che turbava Don Pietro, a quell’incombenza ogni sacerdote era abituato, quanto il tipo di funerali che venivano celebrati nel quartiere: il rito era rivolto a persone tra i diciannove e i quaranta, poco abbienti, poco istruite,meridionali, dall’intelligenza brillante che cominciava a consumarsi dopo i corsi di catechismo e il termine dell’istruzione obbligatoria. E oggi toccava a Pasquale, che da bambino era trascinato in chiesa a calci dal padre, che da adolescente giocava con moto non sue, che appena adulto finiva in carcere per spaccio e, uscitone uomo, aveva il fegato così distrutto da lasciarci la pelle a quarantadue anni compiuti. Fuori dalla chiesa il brulichio degli amici anticlericali di Pasquale era incessante, a modo loro ricordavano il defunto o forse raccoglievano una qualche colletta per Donna Rosa, almeno che si pagasse il viaggio verso la sua isola ove avrebbe sepolto il figlio. Non si sentiva di condannarli per il fatto che non entrassero e poteva capire perché fossero dei mangiapreti, si chiedeva soltanto se avesse potuto far cambiare loro idea e se ne valesse la pena. Le donne invece, le loro donne, erano tutte in chiesa, attente alle sue parole e al dolore dei familiari, annichilite dalla fine del loro amico che, nonostante tutto, era un bravo ragazzo. Mentre parlava della misericordia di Dio e della Casa del Signore, Don Pietro faticava a trattenere le lacrime e avrebbe voluto gridare tutta quella rabbia e quel senso d’impotenza che il quartiere gli aveva gettato addosso anche in quel momento solenne; infatti l’affresco umano che gli si presentava dinanzi era deprimente e alcuni degli amici di Pasquale parevano prossimi a quello stesso rito: Danilo ridotto a uno scheletro e pieno di buchi, Lorenzo che si faceva da vent’anni ma pareva stare bene e seguiva la figliastra per la chiesa, Paola il cui ultimo compagno era a ubriacarsi in qualche bar mentre lei continuava a gestire figli che le venivano tolti dai Servizi Sociali e gravidanze continue, Marianna che presenziava al funerale con la secondogenita e il settimo nato mentre gli altri erano in coda con il padre nella sede di Sant’Egidio per procurarsi da mangiare. Affianco a questi altri volti che, nonostante tutto erano onesti, lavoravano ma che, se fossero vissuti in un altro luogo, avrebbero avuto una vita meno difficile e un futuro meno faticoso; anche questi erano pieni di figli che chissà come sarebbero diventati perché le erbe infestanti mangiano tutto il giardino. I becchini poi, gli avvilivano maggiormente l’umore poiché, non curanti del luogo né del rito, si lanciavano occhiate smarrite e non vedevano l’ora di fuggire lontano da lì e di raccontare alle mogli in quale realtà erano precipitati certi che Cristo si fosse fermato a Pra’.
Don Pietro non era vecchio, era sulla cinquantina e, soprattutto, era nato lì; dopo essersi lasciato con Ginevra aveva deciso di entrare in seminario e di prendere i voti, aveva esercitato la sua funzione in Valle Scrivia per i primi anni, nel Fossato poi e, sette anni prima, dopo averlo completamente rimosso, era tornato al CEP. Il risultato era che lui era cambiato mentre il quartiere era rimasto implacabilmente uguale a se stesso: apparentemente meno violento ma visibilmente più degradato, più disgraziato. Le donne erano brutte, di quella bruttezza data dalla povertà e dalla fatica, a quarant’anni sembravano di cinquanta a fronte delle belle cinquantenni dei quartieri medi che frequentavano palestre e centri estetici; gli uomini, quelli che non si facevano, erano belli, robusti, temprati dalla vita di strada che avevano fatto da ragazzi, dai panini con frittate e capponate che le madri davano loro attraverso il cestino calato dalla finestra all’ora di merenda; in quel lontano periodo, poiché le ragazze uscivano poco di casa e solo se riuscivano a eludere il controllo dei padri,le volte che si avvicinavano a tanto ben di Dio rimanevano gravide e succedevano le tragedie familiari a cui seguivano matrimoni riparatori e inevitabili separazioni. Pasquale dunque, in quel momento, lo scrollava dal gelo in cui era precipitato in maniera sempre più apatica e passiva e faceva riaffiorare ricordi sepolti e rimorsi su tutto quello che avrebbe dovuto fare e non aveva fatto per pigrizia, o forse per paura, o forse per presunzione perché lui si era salvato. Mentre parlava di quella misericordia che non vedeva ma a cui si imponeva di credere, Don Pietro rivedeva se stesso ragazzo verso gli orti coi suoi amici: una ragazzina portava le uova verso casa, i capelli raccolti in due trecce folte e nere, gli occhi maliziosi del dominio saraceno. Il sudore della giornata estiva le appiccicava la frangia alla fronte, loro erano seduti su un muricciolo a fumare. La videro; si chiesero quale padre imprudente potesse lasciare quella ragazzina da sola; la guardarono meglio: era senza dubbio la figlia della Mariella che guadagnava qualche soldo trascinando i loro padri nella sua stanza e le uova gliele aveva date Turiddu, forse per questa volta si era accontentato di guardarle le belle gambe. “Vieni accà”, disse Tonino, all’epoca suo migliore amico e leader indiscusso del gruppo quindicenne. Ines capì subito che era perduta: non aveva fratelli a cui chiedere vendetta né sapeva chi fosse suo padre. Pietro provò una sensazione di panico ma non si sentiva di opporsi al gruppo, e poi suo padre spendeva i soldi proprio con Mariella e un piccolo risarcimento,loro figli, se lo meritavano. Ines tentò comunque di scappare, più per dovere che per convinzione-del resto sapeva che prima o poi le sarebbe capitato-,la distanza le dava un certo vantaggio ma le uova la impedivano nella fuga. La presero, tutti e cinque, e sazi la abbandonarono sul bordo della strada. Sia per loro sia per lei era la prima volta; “Guai a te se parli” le disse Toni prima di andarsene e lei non ne parlò con nessuno, si limitò a guardare il suo sangue di ragazza perduta e si prese pure delle botte per aver rotto le uova. Pietro aveva confessato questo peccato all’entrata in seminario e gli era stato risposto che Dio lo avrebbe senz’altro perdonato perché vedeva che il suo cuore non era cattivo ma la tentazione e il contesto lo avevano trascinato.
“Adesso Pasquale è felice” si sentì dire “nessuno di noi è esente dal peccato ma la sofferenza lo ha redento”.
La madre di Pasquale ascoltava stordita e rassegnata come solo le donne del Sud sanno fare, stava seppellendo il secondo figlio mentre il terzo continuava a bere e lei non aveva neppure voglia di discuterci più: Marietto si era distrutto con la droga, Pasquale con l’alcool, Sebastiano era in carcere per furto, Antonio continuava a bere e Giovanna,l’unica femmina, era troppo affranta dai fratelli per mettersi a figliare. Se Gesù aveva deciso che la sua radice doveva essere storta, come poteva lei opporsi? Per cui si limitava ad ascoltare e a sperare di morire prima di seppellire anche Antonio e chissà, forse se non fossero saliti nel continente ma fossero rimasti a Riesi, i suoi figli si sarebbero spaccati la schiena nei campi, avrebbero pagato qualche pizzo, nascosto qualche mafioso ma si sarebbero fatti una famiglia e lei, Donna Rosa, avrebbe cambiato pannolini ai nipoti piuttosto che veder estinguere il seme degli Ucrìa.
Se Don Pietro non fosse stato invaso dai ricordi, infastidito dalla mosca che girava indisturbata sulle corone del morto e sconvolto dall’ira funesta per la sua pusillanimità che gli attanagliava il ventre avrebbe detto:
“Pasquale è una vittima di se stesso, del quartiere, dello Stato; di una politica che non dà speranze a chi ha saldato il suo debito con la Giustizia, di una politica che snatura l’uomo dei suoi diritti civili e lo costringe ad attaccarsi alla bottiglia o a tornare allo spaccio”; ma il prete, che combatteva le sue emozioni, non aveva ancora chiaro come parlare. Certo è, che se lo avesse fatto, gli uomini sarebbero entrati in chiesa e lo avrebbero applaudito.
Don Pietro non doveva parlare di rabbia ma di speranza, pensare che oltre ai morti c’erano i vivi, cercare un rapporto con questi vivi; eppure vedeva che c’era una distanza incolmabile tra lui e loro perché loro non potevano riuscire a credere in qualcosa che neppure lui capiva e cioè dove si trovasse la misericordia di Dio, dov’era Gesù quando suo padre prendeva a calci sua madre e lui, bambino, piangeva senza farsi sentire e provava un odio e un disprezzo profondo per quel padre che lo aveva generato; se guardava in fondo a se stesso, lui quel padre lo odiava ancora e sperava che fosse all’Inferno, e lì si trovava a parlare di perdono. Don Pietro aveva odiato quel quartiere con tutto se stesso, benché i suoi genitori non potessero permetterselo si era iscritto al Liceo Classico, aveva lottato per farsi accettare dai compagni e dai professori anche se veniva dal CEP e forse, in virtù di questo, aveva avuto tante ragazze fino all’ultima, l’anno della maturità, la bella e austera Ginevra che, quando lui le aveva rivelato di non potersi permettere l’Università, era entrata in crisi e lo aveva lasciato dicendo che lei avrebbe sperato in un marito ingegnere. Pietro aveva cercato pace durante tutta l’estate, aveva cercato di dimenticare l’odore del corpo di Ginevra e soprattutto di perdere se stesso. Sopraffatto dal dolore si era recato come volontario in Uganda e aveva assistito a tali atrocità da dimenticare davvero Ginevra, il CEP e suo padre; nel contempo era rimasto ammirato dal lavoro dei missionari, dalla loro fede e si era innamorato dell’amore di Dio. Tornato in Italia era entrato in seminario e aveva preso i voti con grande orgoglio di sua madre e profonda vergogna di suo padre che, davvero, se avesse conosciuto il termine, lo avrebbe definito eunuco e comunque gli aveva chiesto di andarsene lontano che lui doveva essere libero di bere e stare con le ragazzine senza averci il pensiero d’essere padre di un prete che viveva sulle disgrazie degli altri. Diventato Don, Pietro si era adagiato a un vivere comodo e pacato, onesto e privo di tormenti esistenziali che lo aveva protetto per anni: organizzava campi scout, era attento agli educatori dell’ACR, celebrava battesimi, matrimoni e funerali di anziani. A quel punto Dio gli aveva dato una scossa e il Vescovo, peraltro suo compagno di mangiate, gli aveva detto:
“ E’ ora che ritrovi te stesso; ti rimando da dove sei giunto”.
“Ma Tarcisio, io non capisco…hai avuto delle lamentele per…”
“Don Mario è morto, tu torni al CEP”
“Perché?”
“Perché forse puoi fare qualcosa”.
Don Pietro aveva ribadito che quello era un quartiere perduto, che pochi credevano in Dio, che…
“E che, e che, e che…mi sembri più simile a Don Abbondio che al ragazzo che partì per l’Uganda.”
“Ma cosa posso fare là?”
“Dio ti dirà cosa fare e quando”.
Don Pietro era tornato in canonica avvilito, per il CEP ci sarebbe voluta l’energia di Don Gallo che lui però non aveva.
E anche a quel funerale lui sentiva di essere il prete sbagliato nel posto sbagliato.

Gli ultimi mesi della vita di Pasquale erano stati una lenta discesa verso la fine, dapprima inconsapevole, poi sempre più certa e inevitabile.
Uscito dal carcere qualche mese prima del dovuto- forse perché la giustizia sapeva che non sarebbe vissuto molto- aveva l’obbligo della firma giornaliera e del rientro in casa per le dieci. Ciò non gli consentiva di far molto, però aveva preso a curare l’orto del padre, a fare qualche lavoretto in nero,ad aiutare Rosa. Si sapeva che aspettava il trapianto del fegato, gli amici cercavano di dissuaderlo dal bere ma poi c’era sempre l’occasione di un parente sardo che portava il vino, di una ragazza con cui bere la birra, di una grigliata in cui risultava impossibile fingersi astemi.
E poi Pasquale, a dispetto del suo apparente buonumore, considerava la sua vita uno schifo:dei suoi amici uno stava per avere un figlio e l’altro ne aveva già due; così si vedeva, se non proprio vecchio, sorpassato, e con la mente tornava a quel carico di eroina proveniente da Milano e commissionatogli dal padrino del luogo:
“Ti fai qualche macchinata così e poi c’hai i soldi per aprirti un’ officina”, gli aveva detto quello, e Pasquale ignorava che la sua Loredana era nelle mire del terzogenito del boss. Invero lo ignorava anche il boss, che mai si sarebbe pensato che ‘u Cosimo facesse l’infame per lo sticchio di Loredana, ma questo Don Peppino non lo seppe mai e a lungo si chiese chi fosse stato l’infame così come se l’era chiesto Pasquale. Era,questa Loredana, poco più che ventenne ed era giunta al continente al seguito di suo fratello che si era impiegato come operaio alla fornace dell’Italsider presso Cornigliano; ella, desiderando frequentare una scuola di sartoria, con la tenacia delle adolescenti aveva dichiarato che la scuola l’avrebbe fatta al Nord, dove si parlava italiano, ché una sarta mutola non la si era mai vista e che non aveva intenzione di cucire gli orli alle femmine dei boss. Del resto la Lucia era incinta e Lino avrebbe fatto i turni così d’una mano c’era bisogno in casa; Lino, che non sapeva che quartiere fosse questo CEP ma che pensava fosse simile a ‘u Fossato, dove viveva suo cugino Natalone, acconsentì a portarsi dietro la sorella quattordicenne perché prospettive di vita a Riesi non ce n’erano. Loredana amava leggere, cucire e cucinare, non aveva grilli per la testa e, in genere, non s’innamorava di ragazzi sbagliati e Pasquale non era uno scapestrato, solo che non aveva soldi e l’officina voleva aprirsela per costruirsi un futuro; tutto questo nel quartiere di Ca’ Nova, detto CEP e ribattezzato da taluni “centro elementi pericolosi” in luogo di “centro edilizia popolare”, è difficile. Per capire di quale luogo si parli occorre descrivere un pochino la città che si definì Superba: piuttosto lunga e arcuata, essa si snoda principalmente su una strada, l’Aurelia,che ai tempi dei Romani era funzionale ma risultava del tutto inadatta per il traffico del secondo millennio. Il Centro Storico è bellissimo, labirintico, puzzolente, vissuto e ci trovi senegalesi che fanno le treccine, botteghe di kebab, cinesi che vendono abiti e scarpe vicino a boutiques di lusso, oreficerie, antiche sale da the, volte affrescate, tombini intasati, spacciatori incalliti, donne del mestiere, figli d’avvocati che giocano a fare gli alternativi, alternativi per bisogno, non alternativi, persone eleganti. Nel Centro Storico c’è tutta l’essenza di Genova ma, fuori da questo fortunato crogiolo, le categorie si dividono: a Levante i ricchi, a Ponente i meno abbienti, lo dimostra anche il fatto che a Levante ci sono gli autobus mentre a Ponente questi si limitano ad esistere. Più ti dirigi a est della città più trovi appartamenti sul mare e villette fiorite su alture con vista mozzafiato, i ragazzi fanno surf o subacquea o sono inseriti in squadre di pallanuoto, licei scientifici a indirizzo sportivo e tutti sono belli e ben tenuti. A Ovest, arrivandoci con l’autobus numero uno (il due, il tre, il quattro e il cinque sono rarissimi) pieno di umanità variegata s’incontrano delegazioni quali Sampierdarena e Cornigliano-un tempo aree industriali inquinanti ma che davano lavoro e ora abbandonate e trasformate in centri commerciali vuoti per la crisi economica- in mano alle bande sudamericane, Sestri Ponente- che è vivibile-, Pegli- che si ritiene ancora una stazione climatica e marittima ma che ha il mare inquinato e il depuratore non funzionante; a Pegli non c’è piccola criminalità perché la vecchia Camorra ha stabilito un certo ordine-, Pra’ e Voltri che vanno vissute per essere comprese, ed è proprio sopra Pra’ e Voltri che si trova il luogo della nostra storia, basta girare di lì, dal chioschetto di Bobo, e percorrere tutte le curve recandosi in alto; lì i casermoni nutriti d’amianto sono stati costruiti col preciso scopo di ghettizzare i meno abbienti e i meridionali, tali quartieri servono per evitare che certa gentaglia circoli in città e che si mescoli con gli autoctoni. Questi quartieri, se pure avevano un nome, sono indicati con delle sigle il cui suono fa tremar le vene ai polsi: il nome del luogo rimane poi appiccicato all’indole dell’individuo che da un lato lo accetta come protezione ma dall’altro ne è schiacciato e deve dimostrare che, pur provenendo da lì, è un onest’uomo. Nell’immaginario comune chi viene dal CEP è o un picciotto o uno spacciatore o un tossicodipendente; se è una femmina o è una stuprata o una mangiauomini. Ora, in questo quartiere era cresciuto Pasquale, qui era cresciuto Don Pietro e qui si svolge la vicenda. Il quartiere sapeva, ma non aveva il coraggio di dire a Don Peppino che l’infame ch’aveva tradito Pasquale era ‘u sangue suo, e la moglie si guardava bene dal riferire ciò che era alla luce del sole. Gli amici di Pasquale però, tori ridotti all’impotenza dal contesto, non potendo colpire Cosimo agirono su Loredana e la avvisarono che, se mai si fosse messa con costui, loro glielo avrebbero rovinato con l’acido quel bel sorriso saraceno, e anche se avesse parlato a qualcuno della minaccia, sarebbe stato lo stesso che mettersi con Cosimo. Nessuno si chiese come stesse la ragazza, che era veramente innamorata del suo Pasquale, ed ella si risolse di tornare presso la zia a Riesi e di aspettare colà l’uscita del suo amato.
Né Pasquale né Cosimo poterono dunque averla e, quest’ultimo, ben presto s’incapricciò di un’altra mentre il primo si faceva grappe in prigione e rifiutava di rispondere alle accorate lettere della fidanzata perché lui, già lo sentiva, non aveva futuro.
Neanche uscito dal carcere Pasquale riprese il rapporto con Loredana perché preferiva trovarsi un lavoro in regola, dal bidello al portuale, ma si era in epoca di crisi: tutti pensavano allo spread e ai carcerati non ci pensava nessuno.
Pasquale aveva sperato in un post Berlusconi positivo e, visto che non era uno stupido, pensava che il professor Monti avrebbe riavviato l’economia italiana; i giornali però erano un susseguirsi di notizie negative: gli imprenditori si ammazzavano, gli operai facevano scioperi ad oltranza, gli insegnanti e i servizi sociali si deprimevano e, per gli ex carcerati non restava che il bere perché loro erano gli ultimi e comunque,a detta della gente, se la sarebbero cavata rientrando nel giro. Ed in effetti gli ex carcerati non si ammazzavano, si lasciavano morire.

CIANO

La morale è comunque un tormento,
il tentativo sempre riproposto perché sempre riperduto di riscattare una colpa.
E.Scalfari

Il treno era entrato nel traghetto di linea con un’ora di ritardo, Ciano era smarrito come non mai.
Accanto a lui un uomo gridava insulti attraverso il telefonino a una non ben precisata Nadia mentre una ragazza sui vent’anni schedava cocci di maiolica recuperata da chissà quale scavo. Ciano la osservava con avidità e pensava che anche lui, da grande, avrebbe fatto l’archeologo. Il contrasto tra la calma della ragazza e l’agitazione dell’uomo al telefono gettavano nel suo animo un certo scompiglio su quanto riguardava il mondo adulto. Sua madre si mangiava le unghie incessantemente tormentata da rivissuti pensieri. Il bambino la guardava cercando qualche punto a cui aggrapparsi; da quando era nato non ricordava che grida e silenzi: mentre dormiva, mentre mangiava, mentre veniva cambiato. Sua madre lo metteva a dormire con le lacrime agli occhi e, pian piano, nella testa di Ciano, s’era fatta strada l’idea che fosse tutta colpa sua, che in qualche modo se lui non fosse nato, mamma e papà non avrebbero avuto bisogno di soldi. A scuola questa sua rabbia era cresciuta; vedeva i compagnetti allegri e spensierati, o al limite viziati, e provava l’irrefrenabile desiderio di prenderli a botte ma era troppo demoralizzato per provarci. Se gli altri progredivano nel calcolo e nella scrittura, Ciano non imparava nulla, tanto che le maestre avevano avviato una traccia di osservazione sul caso e, dopo aver convocato i genitori, avevano proposto l’insegnante di sostegno. Rosario ne era uscito matto, aveva preso il bambino per le orecchie e lo aveva colpito ripetutamente con la cinghia; poi si era rivolto alla moglie con aspre parole:
-Manco i picciriddi sai fare! Hai visto? M’hai dato uno scimunito. Che me ne faccio io d’uno scimunito? Col lavoro che ho me l’ammazzano subito o va dritto dritto in galera!
Quindi aveva sbattuto la porta ed era andato a riempirsi il ventre d’alcool; del resto Rosario soffriva del complesso del picciotto: aveva trent’anni ed era picciotto da sedici. Era successo così, a scuola non era mai stato una cima e poi aveva quella maestra fissata sulla legalità, sull’onestà e su fesserie del genere. Rosario manco ci aveva l’acqua in casa.
Ciano, dopo quella vicenda, si era isolato ancora di più e odiava le maestre per le cinghiate e per il disprezzo di suo padre.
Il nonno, venuto a conoscenza del fatto, aveva sentenziato che le maestre sanno solo ciò che aveva scritto quella tale Montessori, che di picciriddi non se ne capiva un’emerita minchia, e lo dimostrava il fatto che aveva abbandonato il suo figliuolo dopo un parto illecito, sicché si sarebbe occupato lui dell’istruzione del nipote. Dopo pochi giorni, Ciano aveva appreso a leggere, a scrivere e a far di conto e, dopo un mese d’assenza da scuola, la direttrice chiamò il padre dicendogli che avrebbe inoltrato denuncia al Tribunale dei Minori se Ciano non fosse rientrato immediatamente a scuola. Rosario, nel dubbio, picchiò moglie e figlio, quindi si recò a parlare con Chi di Dovere; il giorno dopo saltò in aria la macchina della direttrice che così comprese d’aver parlato troppo.
La nave viaggiava silenziosa e Ciano non riusciva a dormire. Nelle sue orecchie riecheggiavano le urla di suo padre, i pianti di sua nonna e la decisione di sua madre:irrevocabile.
-Non te vogghiu più vedere a te! E’ l’ultima volta che mi thratti così.
-Vattinne allora; pigghiate u picciriddu scimunito che non ti trattengo.
-Talia! Certo che vado..
Poi lui con le sue mani enormi la prendeva per i capelli rossi e la obbligava a inginocchiarsi, quindi spaccava la bottiglia di vino e la minacciava con il collo di questa.
-Lasciala papà! Lasciala- gridava Ciano.
Tutto inutile, lui continuava ad accanirsi,quasi la voleva ammazzare perché non gli aveva stirato la camicia.
Poi lei, liberatasi, lo prendeva in braccio e gli sussurrava:
-Questa volta ce ne andiamo.
A Ciano non importava manco più. Ci voleva così tanto a trovare quella forza? Dieci anni di rabbia inutile, dieci anni di sensi di colpa e di domande prive di risposta. Questa volta mamma aveva fatto le valigie e si era diretta al Nord, nel Continente. A malapena sapeva l’italiano, sua madre, ed era troppo giovane per avere un bimbo di dieci anni, come li avrebbero accolti al Nord? Ciano era terrorizzato ma camminava che sembrava un uomo, si era rassegnato ad essere l’uomo di casa. Entro pochi mesi sarebbe nato il fratellino e lui si immaginava che gli avrebbe fatto da padre e che gli avrebbe dato tutto ciò che lui avrebbe voluto per sé. Chissà com’era Genova, certo meno bella di Riesi ma tanto prima o poi sarebbe tornato.
-Ma dove dormiremo, mamma?
-Non ti preoccupare curò, staremo bene.
-Senza papà?
-Tu, io e il piccolo Domenico.- rispose Rosetta guardando con affetto il figlio nato e il figliuolo nascituro.
-Ma non prenderti un altro papà, ci sono io.
Rosetta avrebbe voluto rispondere che lui era un bambino. Non si sentiva al sicuro lei, con quell’uomo, e Domenico era figlio di una delle numerose violenze ch’ella aveva subito; l’importante era allontanare i figli dallo zen anche non sapeva dove sarebbe finita, che lavoro avrebbe fatto. Nella sua disperazione, sarebbe pure stata disposta a battere pur di dare un futuro ai suoi figli e non essere più prigioniera di una società maschilista e arretrata.
Certo, se avesse studiato un po’ di più! Ma era rimasta incinta a tredici anni e si era dovuta sposare con quello lì.
Che idiota!
Cedere alle sue lusinghe, credere che l’amasse.
Non l’aveva obbligata, questo no; lei quel giorno aveva litigato con suo padre per via della scuola e di Pino. Rosetta non lo voleva a Pino, girava con quel ridicolo cappello che gettava ombra su quegli occhi azzurro ghiaccio. Rosario invece le piaceva, eccome se le piaceva! Un giorno lo aveva incontrato presso il fiume Salso e lui l’aveva scrutata; subito Rosetta aveva abbassato lo sguardo ed era arrossita. Maddalena le aveva detto:
-Andiamo, non ti voltare che ti ha già notata.
-Non riesco neppure a muovermi, dove vuoi andare?
-Dalla parte opposta rispetto alla sua.
-Chi è?
-Uno di Totò.
-Ammunimma allora, che lo debbo scurda’.
In quel momento Rosetta aveva paura e Ciano sentiva, come una bestia selvatica, tutto l’odore di quella paura.
-Genova sarà bellissima, c’è un quartiere dove tutti riesini sono.-sancì Rosetta, e Ciano finse di crederle.
-Coraggio Ciano, zia Lia ci aspetta, sarai contento di conoscerla, è la sorella di nonna…ora dormi, amore mio.
Ciano abbracciò il pancione della mamma e pensò che a Domenico non lo avrebbe mai fatto soffrire come aveva sofferto lui, lo avrebbe protetto anche a costo della morte.
Poi cadde nel suo ultimo sonno da bambino.

Bàtila

E’ una bambina remissiva a inizio anno. Non supera i limiti anche se non pare animata dalla volontà di Alfieri. Il primo tema che correggo mi colpisce per i diversi tipi di grafia presenti: una parte è in corsivo e l’altra in stampatello minuscolo. Le chiedo come mai abbia sentito l’esigenza di cambiare scrittura e risponde semplicemente:
-Così.
Intanto Bàtila lega con Dalila e con Safès, in breve le tre si confermano le pink ladies della Quasimodo, inoltre- giorno dopo giorno- Bàtila si trasforma in adolescente. Le sue forme femminili mettono a soqquadro la classe: ella se ne accorge, si spaventa e alla spavalderia subentra una timidezza che la rende più dolce. Se ne accorgono –loro malgrado- anche le compagne e, ancor peggio, se ne accorge il padre.
Il padre, un berbero vestito all’occidentale sposato con una donna bellissima che porta il velo, pur essendo giovane e moderno, per quanto riguarda le figlie si rivolge alla tradizione degli antichi: Bàtila non esce.
Le dinamiche non sono ancora chiare a noi docenti, notiamo però che, nonostante la neve, lei e Dalila si presentano regolarmente a scuola e pretendono la mensa. Sono le uniche due allieve del plesso Quasimodo, i caloriferi tentennano, si gela, sono marocchine e preferiscono affrontare la morte bianca piuttosto che andare a casa.
-Alessandra, qui qualcosa non va- mi allerta la solita Giulia mentre mi porge le chiavi del wc.
Intanto l’anno passa e il laboratorio teatrale va avanti. Bàtila è l’unica che dorme: non sa mai dove deve essere, cosa deve fare o che abiti portare. Vive in un suo mondo come una monade.
Improvvisamente comincia a stuzzicare i compagni e a rispondere ai docenti.
Siamo a un punto di non ritorno.
Sua madre a scuola:
-Scappa di casa.
Suo padre a scuola:
-Si mostra nuda.
Sua sorella:
-Va solo capita.
Ella tace. Li guarda con l’impenetrabilità dell’odio.
Un pensiero si fa strada nella mia mente:
-O li ammazza o si ammazza.
Suo padre a scuola:
-Io la mando in Algeria.
La disperazione di non poter fermare chi cresce: paura, allontanamento.
Scuoto Nur:
-Dimmi che succede, dimmi che le fate.
Non risponde.
-Devi fermarla.
-E’ lei che vuole.
Che vuole cosa? Non può essere vero ciò che si dice, le voci sono sempre gonfiate.
-Le faccia prendere la terza media- dico al padre.
-Professoressa, cos’è più importante? La scuola o la vita di Bàtila?
Guardo quest’uomo perfettamente trilingue mentre m’inchioda al suolo con quegli occhi maschi. Fatico a proferir parola: la sua cultura, la sua sicurezza, la sua disperazione e il mio controtransfert mi annientano.
Mi ritrovo ragazzina a truccarmi in ascensore. Premo l’alt e indosso degli arditi jeans estivi e un top ricavato tagliuzzando di nascosto la maglietta militare di mio padre. Sono diventata velocissima data l’esigenza. Attraverso la piazza con un berrettino in testa ma nel palazzo antistante il mio ci sono le impalcature.
Un giovane operaio mi nota e fischia.
-Come ti chiami?- mi chiede. Ho sedici anni e voglia di rispondergli, non posso. Una mano mi afferra, mi trascina in casa e non posso più uscire per quindici giorni.
Guardo il padre di Bàtila, più duro di mio padre: vorrei picchiarlo, svegliarlo.
-Con che faccia vado in moschea? Come possono i miei amici lasciare che Bàtila frequenti le loro figlie?
Il dramma è reale ed è denso. Come si può pretendere che queste persone recidano le proprie radici? Ogni innovazione miete vittime, è evidente. Ricordo un film che vidi ragazzina, Lo chiamavano papà, la trama non mi è più completamente chiara salvo che si trattasse di una famiglia con quattro figlie femmine, anni Cinquanta forse, la più grande-pur non volendolo-si tagliava in bagno i capelli per proclamare la sua ribellione.
Bàtila si spoglia, scappa, si dà, si punisce.
Precipita nell’intensità di un buio senza fondo: la veste bianca sacrificale e gli occhi di Cassandra.
Qual è il tuo tirso, Bàtila?
Musulmana menade che uccide se stessa per ferire gli altri.
Dionisiaco  di verginità perdute
Anzitempo, senza volerlo.
Ecco che cosa ho fatto!- dirai al risveglio- La mia vita è perduta.
Non ho un domani.
Vago in una molteplicità di suoni che mi gridano indifferenza.
La mia mente non pensa più.
Solo sensazioni sparse, corpi inanimati, occhi di morti.
Sono scappata, volevo crescere, volevo libertà ma
sono dentro un filo spinato che mi attorciglia.
Padre, dove sei?
Spesso il voler imprigionare per il troppo bene, la paura di affrontare il ruolo di madre e l’affidarlo ad altri, l’insicurezza travestita da morale portano l’adolescente a confondere libertà e trasgressione.
La trasgressione però non afferma l’indipendenza, è un percorso d’invischiante autolesionismo che tende a dar ragione a chi esige proteggere per autoproteggersi.
E’ la via più facile, quella che consente un grido immediato. In certi casi ci vuole freddezza, furbizia, strategia.
A tredici anni questi strumenti mancano.
Bàtila dovrebbe capire che l’unica strada per la libertà è lo studio. Prima riesce a diplomarsi e a trovare un lavoro, prima riesce a mantenersi.
Ma a tredici anni compiuti a Dicembre, non lo si può capire.