Andrea Cattania

Poesie


Epitaffio per il genere umano

Sfuma il sogno, e svanisce. La sommessa
sinfonia che pervade l’Universo
non sappiamo più percepire. Forse
questo equilibrio si è rotto per sempre, se
non siamo più capaci di commuoverci
per un gatto o un crepuscolo o un cimbidio.

In memoria di mia sorella Maria Grazia (Graziella)

Rivivo la tua nascita
rivivo la tua morte,
due istanti attraversati da una vita.
Dalla pigra memoria
mi ritorna l’immagine
di te bambina e la gioia di vivere
che male si accompagna
alla malinconia del tuo sentire…

 

Il gabbiano e il vecchio

Da tempo sono amici. Bianchi entrambi,
l’uno da sempre, l’altro da chissà.

Prima dell’alba il gabbiano si posa
sulla barca del vecchio.
Nasce tra i due un dialogo muto
e intenso, ritmato dai silenzi
e dal canto periodico delle onde.
Di tanto in tanto il vecchio
getta al gabbiano un pesce ancora vivo.

Ma ieri il vecchio è morto. Ora il gabbiano
attende invano la sua barca. Poi
riprende il volo stanco e forse torna
con la memoria a un tempo antico, quando
sapeva ancora di procurarsi il cibo.

 

Il regno della ragione

Le bombe cercano Bin, ma trovano vecchi e bambini
che avevano l’unica colpa di vivere qui, a Kandahar.
Le bombe non trovano Bin né Rumi trovò la Fenice,
neppure ai confini del mondo e sulle alte cime dei monti.
Din Rumi a Dio si prostrava nell’attimo primo e antichissimo,
quel Dio nel cui nome oggi Bin Laden uccide e devasta.
Fermare il terrore e la guerra è un compito troppo difficile
non già per gli umani, ma pure -chissà- per un dio. Se un giorno,
se un tempo sapremo alfine bandire la guerra,
quel giorno anche noi pregheremo un dio, che si chiama Ragione.

 

Incantevole immagine non mia

Il giorno era innocente e fresco il vento.
Incantevole immagine non mia,
nata da una fanciulla che cantava
il sipario e le amazzoni e le zingare.
Che si tolse la vita
quasi già cinquantenne
nel mese e anno in cui vide la luce
uno che ama i tuoi versi e oggi canta
per te, Marina Ivanovna Zvieta’eva.

 

Inno al tensore

In questo caldo luglio
il sogno della notte
mi giunge con l’immagine
di un tensore quadruplo covariante.

Ciò che di giorno non comprendo
ora appare chiarissimo,
senza misteri, come
sotteso da concetti elementari.

Nella luce notturna
si chiarisce perfino
la natura della controvarianza.

Ritornerà tra poco
La tenebra dell’alba.
Quel che ora appare chiaro
Sarà di nuovo avvolto nel mistero.

 

La democrazia è un fumo bianco

Il fumo bianco brucia i miei bambini.

Dei due più grandi restano tre ossa,
della mia piccola neanche più quello.
Gli altri non so neppure
se sono morti o vivi.

Il fumo bianco brucia i miei bambini.

Lo hanno portato da lontano uomini
ancora più feroci di Saddam,
spietati più dei mali che combattono.

Nella mia vita i miei bambini sono
l’unica luce. Io vivo per loro.
E oggi il fumo bianco
della democrazia li sta bruciando.

 

La moto! La moto!

A otto anni sognavi l’estate
e le danze e il respiro della vita.
Ti inebriavi di canti e speranze
sui sentieri che portano al domani.

Il buio ti ha sorpreso, per un attimo
ti sei chiesta: perché? Ma è stato un lampo
che ti ha gelato. Forse lui pensava…

Solo in moto mi sento un vero uomo.
Sono pochi capaci di raggiungere
i centoventi in cinque o sei secondi,
ammirati da amici e perdigiorno,
ruffiani incolti, boss e sfaccendati
che stazionano al bar del Ronchettino.

Ci rimane il ricordo e la tua immagine
di piccola felice e quello sguardo
fisso a una luce che più non vedrai.

 

La sua immagine

Le sue dolci carezze
e le parole lievi sussurrate
in un soffio di gioia
mi davano un’ebbrezza inusitata.
Ma quando alla mia bocca
già s’accostava il labbro suo tremante,
d’un tratto si dissolse la sua immagine.
Il sogno era svanito, a me rimase
solo un’intensa struggente dolcezza.

Lo specchio

Sono passato davanti
allo specchio senza guardarmi,
sono passato sognando
come ogni volta che penso a te.
L’acqua del gorgo è sempre più veloce
ed io scendo al fondo, io che sono
felice e triste come un gatto
ma in fondo non ci sei tu,
amore.

La nebbia di Vecchioni

A chi ama Milano
le luci di S. Siro
ricordano un arcano
amore fatto di baci e di nebbia.

A chi ama il tuo canto
questi suoni ovattati
evocano l’incanto
evanescente di un attimo magico.

 

A Serghej Esenin

Non è sbiadito, no, questo settembre:
sotto di noi, in un oceano di brina,
il sole vede solo le alte cime.
Anch’io riscopro la gioia del nulla,
anch’io ripeto “altri ti hanno presa”.
Ma posso dire, Sergej Alexandrovic:
non sono in disaccordo con me stesso.
Non ho baciato donne, solo una
che se ne è andata in un bianco dicembre
sola, in silenzio com’era vissuta.
Come siamo diversi! Io non posso
dire “non ero nato per sorridere”.
Ma se rileggo i tuoi amati versi
mi sembra di sentire il tuo respiro
quando dici che il bacio non ha nome
e all’amore non servono parole.
Ora che Lila non è più con me
e un altro sogno dolcissimo è morto,
la mia pena struggente grido al mondo:
tutto svanisce in una nebbia azzurra.
Dall’angoscia alla gioia, tanto possono
i sublimi tuoi versi mozartiani.

 

Pablo

Il poeta bambino
raccoglieva le madri delle bisce
nei tronchi dei coigues e dei maquis.
Il padre ferroviere di Temuco
su un treno di zavorra,
conduttore del treno,
ferroviere con l’anima,
spaccava pietre presso la frontiera.
Il poeta bambino
gioiva se qualcuno
gli donava copilhues,
colombi o un coleottero
del coigue e della luna, come un lampo
che ha per vestito un arcobaleno.
Nerovestita, magra e pensierosa,
morta a Parral, la madre gli trasmise
l’assurda ebbrezza di comporre versi.

 

Sole d’inverno

Le mie notti d’autunno, vuote, uguali
come uccelli di passo affaticati,
presero nuova luce per l’immagine
di una donna solare e appassionata
che accese la mia vita. Nei miei sogni
per cento notti sei stata al mio fianco
-il sole dei tuoi occhi e il dolce viso
e il calore dei tuoi giovani anni
m’inondarono il cuore di gaiezza.
La nuova primavera che è nell’aria
mi porta gelo e vuoto e solitudine
di un nuovo inverno. Ancora è la tua immagine
ma lontana e in sembianza di commiato.
Queste notti di marzo sono ormai
piene di pianto e di rimpianti, forse
altri sono i percorsi della vita
da quelli che avevamo un dì sperato.
Quando la vita tornerà a fiorire
mi sarà grave il non averti accanto:
tu spensierata e lieve come sempre,
io consunto dalla mia solitudine.

Solitudine

Solo nella mia stanza,
è morta anche la gatta.
In questo cielo da ventotto marzo
garriscono le rondini,
sventola la bandiera della pace.

Ho sognato un deserto.

Bombe sul Tigri e sull’Eufrate. Forse
è caduta Bassora. In questa guerra
ci giochiamo quel poco
ch’era rimasto della civiltà.

Mi sento solo in un bianco deserto
che mi scalda e m’illumina e sei tu.

 

Tre morti nel Canale di Sicilia

Il mare ci ha salvati
da una feroce guerra e dalla fame.

Partiti in un gommone dalla Libia,
ma fuggivamo dal nostro Paese.
Fuggivamo dalla Sierra Leone,
ma decisi a raggiungere l’Italia.

Il mare mi ha salvata
a un prezzo crudelissimo e terribile.
Si è presa Carol, piccola innocente
che avevo partorito
un anno e mezzo fa.

E come potrò mai sentirmi “libera”
se questa libertà non mi consente di
vivere con chi ho di più caro al mondo?

 

19.41

Ogni sera alle diciannove e quarantuno
il mio cuore si ferma per un attimo
ma poi tutto riparte come prima.
Alle diciannove e quarantuno di ogni sera
il respiro del mondo si ferma un istante,
poi riprende a vivere come prima.
Ogni sera alle diciannove e quarantuno
si arresta l’intero universo,
ma solo per un attimo:
poi tutto ricomincia come prima.
Una sera, alle diciannove e quarantuno,
il tuo cuore si è fermato, mia Lila,
ed è stato per sempre.

 

Cinquecento giorni

Saranno presto cinquecento giorni
da quel momento triste
in cui primo mi colse a tradimento
quel mostro che ancor oggi mi divora,
amore assurdo e onnivoro a un sol senso
che non accetta alcun’altra pulsione
e in me distrugge ogni altro sentimento.

Ma non sono più povero, se è vero
che in cinquecento giorni
questo amore per te
si è pur manifestato in cinquecento
modi diversi. So che ne verranno
ancora mille e mille, finché questo
mio vecchio cuore pulserà per te.

 

Albert Einstein giugno 1905

Penso alla luce. Come si propaga
in questo spazio immenso che circonda
uomini e cose? La mia mente indaga
alla doppia natura sua di onda
e flusso di corpuscoli che vaga
per l’Universo. Credo che nasconda
la chiave di ogni umana conoscenza
e le premesse di una nuova scienza.

Se l’Universo è un continuo spaziale
in cui s’incarnano la geometria
e la metrica, sembra naturale
sostituire l’antica teoria
con un assetto spaziotemporale
sviluppando l’ipotesi che sia
anche per considerazioni estetiche
determinato dalle sue geodetiche.

Se c’è un conflitto fra due leggi aperto
dovrai sicuramente rinunciare
all’uno o all’altro. Ma quando hai scoperto
i perché più profondi già ti appare
l’ipotesi che spiega in modo certo
il tutto, e chiaro, e quasi lineare,
in veste matematica perfetta,
che chiamo relatività ristretta.

Sbalorditiva, semplice e compatta
come un antico vaso di ceramica,
la teoria suggerisce in forma astratta
una nuova visione panoramica
da un’esperienza ch’era stata fatta
nell’ottica e nell’elettrodinamica
da Lorentz e dalla rivoluzione
che nacque dalla sua trasformazione.

Nella fisica quella asimmetria
facea velo all’essenziale bellezza
dell’universo intero, all’armonia
prestabilita, all’estrema purezza
della natura. La nuova teoria
era già scritta in tutta chiarezza,
affidata a un tensore riemanniano
come a un violino, a un flauto, a un fortepiano.

 

Come il poeta

Come nel marmo
il volto è già presente e lo scultore
non fa che disvelarlo,
così il poeta unisce le parole
e gli è scalpello solo il suo sentire.