Andrea Cattania

Racconti


Erlina

I
Qui c’erano le gabbie con gli animali feroci, una coppia di leoni e una di tigri, i ghepardi e le pantere. Più in là c’era il laghetto delle foche, con una bancarella per la vendita di pesce puzzolente che i bambini convincevano zie e nonni a comprare loro per poterlo gettare alle otarie. Una trovata della direzione dello zoo per ridurre le spese di mantenimento degli animali e, talvolta, trarne anche un piccolo guadagno.
Io venivo qui con zia Alina, che mi adorava e che io chiamavo “mammina”, tanta era la somiglianza con la sorella maggiore che mi aveva generato. Ricordo anche di essere venuto qui una volta con nonno Tero, dovrei avere ancora da qualche parte una fotografia che ci scattò un ambulante.
Vedo ancora come se fosse ieri, anche se sono passati quarantanove anni, il grande recinto con l’orso polare, dopo l’area riservata agli ippopotami e ai rinoceronti. C’era anche un vecchio elefante che ripeteva ogni giorno, da chissà quanti anni, gli stessi esercizi. Non mi stancavo mai di osservare i macachi che abitavano vicino all’estremo limite del giardino dove, oltre la cinta del giardino zoologico, i passanti si fermavano sul marciapiedi per guardarli senza pagare il biglietto d’ingresso.
Devo cercare la foto con il nonno, forse è nel baule che ho lasciato nel seminterrato dove scendevo a preparare gli esami quando l’afa cominciava a farsi insopportabile, come ora.
Nello stesso momento, dall’altra parte della città, anche un uomo sulla quarantina scendeva in un seminterrato. Non per mitigare gli effetti della temperatura e dell’umidità, ma per incontrarsi con un gruppo di giovani correligionari, che avrebbero dovuto arrivare entro la prossima mezz’ora. Richiuse la porta alle sue spalle, riordinò le carte sparse sul tavolo, poi si girò in direzione della Mecca e cominciò a pregare ad alta voce.

II
Dove sarà finita la foto con il nonno? In tutta la sua vita nonno Tero non aveva mai detto una parola che non fosse strettamente necessaria. Quando andava per boschi con il suo unico amico Giobaldo, di quattro anni più giovane di lui, la nonna diceva che potevano stare anche più di un’ora senza parlare, fino a quando uno dei due vedeva un fungo e lo indicava all’altro dicendo ”eccone uno buono”, mentre l’altro assentiva con lenti cenni del capo.
Su di lui avevo sentito degli aneddoti che mi restituivano l’immagine di un uomo di un altro secolo, un taciturno che però sapeva sempre quello che voleva. Non perdeva mai il controllo di sé, neppure nei momenti più importanti, come nel giorno del matrimonio: quando per una distrazione il prete aveva preso con sé i documenti della coppia successiva e i presenti gli sentirono pronunciare i nomi sbagliati. “Vuoi tu Arcanio Pezzini prendere in sposa la qui presente Tavia Rambaldi?” Nonno Tero non ci pensò un istante. “No!” rispose seccamente. Il prete non credeva alle proprie orecchie: “E perché?” gli chiese con uno sguardo tra l’incuriosito e lo sconvolto. “Perché non sono io!” rispose il nonno con la massima naturalezza.
La stessa flemma dimostrò pochi anni dopo, quando il Paese era governato dai barbari e gli uomini migliori venivano confinati o uccisi o costretti a espatriare. Il regime aveva istituito delle colonie estive per gli studenti, descritte dalla propaganda come un paradiso terrestre. Ma via via che i genitori si rendevano conto che i ragazzi erano trattati peggio che bestie, si presentavano per riaverli indietro. Anche nonno Tero era andato a riprendere il suo unico figlio maschio. Al ventesimo padre il direttore della colonia era sbottato: “Basta, questo è l’ultimo, ora non ve ne restituirò più! Tornatevene tutti a casa!” Gli altri genitori se ne andavano mugugnando, ma nonno Tero non si scompose. Si sedette nella tetra anticamera e disse: “Se sarà l’ultimo, io non lo so, so solo che io rimango qui finché non mi avrete restituito mio figlio!” E fu così che li videro tornare a casa entrambi, felici come non mai.
Cullato dai ricordi del passato il vecchio era rimasto seduto sulla panchina forse più di tre ore. In quella calda mattina di giugno i ricordi dell’infanzia si susseguivano, l’uno evocando l’altro, e lui stesso era stupito dalla loro freschezza, quasi fossero fatti accaduti da pochi giorni. Ora guardava le piccole rocce, che da bambino gli erano sembrate montagne, e fece a se stesso la solenne promessa di cercare la fotografia con nonno Tero, per vedere come erano cambiati quei luoghi in quasi mezzo secolo.
Dove c’erano le automobiline a pedali ora c’erano le giostre pomposamente chiamate “elettroniche”, con musica ad alto volume e giochi per bambini che certamente avrebbero fatto la sua felicità in quegli anni di miseria.
Nel seminterrato l’uomo sulla quarantina accoglieva i giovani amici e, quando furono seduti, cominciò a parlare a voce bassa. “Siamo qui per decidere chi sarà tra voi il fortunato che il terzo mercoledì raggiungerà il paradiso di Allah. Il prescelto dovrà avviarsi verso la cattedrale su un treno della linea rossa, portando con sé questa borsa. Nel primo quarto d’ora dopo mezzogiorno dovrà attivare questo detonatore. Se avete domande fatele ora. Poi, quando sarà tutto chiaro, procederemo alla scelta.”

III
Il terzo mercoledì il vecchio si era improvvisamente ricordato dove erano finite le vecchie fotografie: nella testata del letto matrimoniale in cui dormiva solo, da quando aveva perso la sua adorata Ilia. Trovò l’immagine che lo ritraeva con nonno Tero e decise di tornare al giardino pubblico per verificare come fosse cambiato in quasi mezzo secolo. Con un certo stupore constatò che, a parte l’area dove c’era lo zoo, tutto il resto era rimasto quasi identico: le rocce, il laghetto e la grande fontana dove bambini e ragazzi giocavano con le loro piccole barche. Qui aveva incontrato Ilia. E qui, quel mercoledì, sulla panchina di fronte alla sua si era seduta una giovane donna che lo lasciò senza fiato. “Ilia…-pensò- sei tu? Sei tornata? Dove sei stata in questi dieci anni?” La giovane prese dalla borsa il cellulare e il vecchio udì chiaramente le sue parole: “Ciao mamma, sono io, Erlina.”

IV
Erlina era bella, ma al vecchio lo sembrava ancor più, tanto era la sua somiglianza con Ilia. Era l’unica figlia del direttore di un importante quotidiano della città, uno che conosceva tutti e che tutti conoscevano, e di un’insegnante di matematica che aveva abbandonato l’insegnamento per dedicarsi completamente alla figlia.
Più ancora che bella, Erlina era una donna fortunata. Non le era mai mancato nulla ed era cresciuta tra l’amore dei genitori e la serenità di un ambiente domestico in cui non c’erano mai stati problemi. A scuola riusciva bene, amava studiare ma, soprattutto, aveva dimostrato di avere un forte talento per la danza classica. Aveva seguito dei corsi e sarebbe certamente diventata un’ottima ballerina, se a sedici anni non avesse conosciuto Zenodio, un ragazzo di cinque anni più vecchio di lei, del quale si era innamorata a prima vista. Da allora tutti i suoi sforzi si erano concentrati su un solo obiettivo, far capire a Zenodio che il suo più grande desiderio era vivere con lui e dedicarsi ai figli che avrebbero avuto.
Pochi anni dopo il sogno di Erlina si era realizzato e finalmente, in quei giorni, era in attesa del primo figlio. Erlina viveva come in un sogno e non faceva nulla per nascondere la sua felicità.

V
“Ciao mamma, sono io, Erlina.” Il vecchio ascoltava con attenzione questa metà della conversazione. Anche la voce della giovane gli ricordava la sua Ilia. “Sto per venire da te, ma prima vorrei comprare ancora qualche vestito per il piccolo ai Grandi Magazzini. Sono qui alla fontana del giardino. Posso andare a piedi o forse prenderò la linea rossa. Sì, penso che farò così. Lo sai che sono pigra. È mezzogiorno, all’una al più tardi sarò da te. Sì, ora vado alla fermata sul corso. No, mamma, disse Erlina, non me la sento di andare a piedi, fa troppo caldo.” E aggiunse, mentre il vecchio vedeva affiorare lentamente sullo splendido ovale del suo volto l’ombra appena accennata di un vago sorriso che non avrebbe mai più dimenticato, “non credo proprio che sia una di quelle decisioni che ti cambiano la vita!”