Damiano Goracci

Poesie


Poesie dalla silloge “Fiori sulle nuvole”

 

IL BAULE

Certe volte ti racchiudi in soffitta,
quando soffermi il passo
di fronte al vecchio baule,
nessuno può spiegarci il fatto,
e non puoi essere curioso
perché ne conosci bene il contenuto.

Tuttavia, un soffio dai polmoni
scaccia rapido la polvere in eccesso,
e una mano solleva celere il coperchio
mentre l’altra ne invade cimeli
arrestandone qualcuno a caso.

E’ rimasto un odore imbevuto
tra le piccole eternità
che ricrescono in un’ora vuota
e ti crepitano in petto,
mentre il tuo sguardo s’incontra
e riflette sugli indizi di una foto,
il tatto si affida ad abiti tarlati,
qualche dono sopravvissuto
e un pagliaccio addormentato
nel tuo cuore,
quando una solare magia,
ti riscalda come un tessuto avvolto
e corre al galoppo
sulle pagine perse di un calendario.

Tutto cade alla memoria
che insegue adesso il tempo
delle amicizie, dei pianti, il riso,
l’aria che è mancata a un trepido incontro,
allo strascico della sua rapida separazione.

Il sapore delle stagioni
si riaccende fresco nel baule,
forte è un gran vociare di ragazzi
e cumuli di storie affastellate
ti raggiungono riemerse
e ti parlano di un sogno inafferrabile,
dell’assedio alla sua tana,
giunto in una notte
a tramutarti in un adulto.

Il tuo baule oggi
è tutto ciò che soffri, che vivi,
è una cerniera sul passato
la luce chiara della vittoria
e il fumo grigio delle sconfitte,
è lo spazio di un istante,
dove la vita passa
e scorre in terre di rugiada,
e ti penetra un giorno l’anima,
che fissa in un essenza il tuo destino.


 

SPIRITO INQUIETO

M’è rimasto al giorno mortale
questo buio schiarito,
dove s’accalcano gli astri
e si stampa in una sosta d’ascesa
e sommessa rincasa nel tacere di luoghi
in una piena la pace,
si congiungono i davanzali nei colori conformi
quando rintocca e arremba
nel suo tetro scuotimento la campana,
come un’eco aggiunta al mio malessere vegliato.

Al trotto sulla piazza con in tasca il suo tarlo
fugge chissà forse l’ultimo innamorato,
mentre giocano la fontana e il vento
con spruzzi lanciati sulla soglia e la panchina.

E d’abbandono si fanno largo queste piante
sciolte tra la requie dei balconi,
agitando un’ombra sui vetri freddi
che lascia alla mia stanza
come un richiamo anonimo dall’aria,
la sua voce nella fessura.

L’ascolto e m’inoltro nell’intento
sgusciando silenzioso
meditando nell’addio d’un’ansia
per l’impervio generato di un nuovo affanno.

Ma perlustra il marciapiede nell’azzardo
un ratto svagato allo scoperto,
scende dal volatile notturno un richiamo
che spazia e si perde sulla strada,
si muove un cane disinvolto
tra il deserto delle cose
annusando invadente tra gli odori della notte,
e lento nel cammino poi tace nell’attesa,
antica come il muro che sorregge.

E anche il mio gatto allevato risorto dal sogno
si unisce a quella recita
lasciandomi nell’invidia alla finestra,
e il nulla, nel gomitolo tedioso
dei miei pensieri svelati.

Cosi m’è rimasto il chiuso
nel guscio rannicchiato degli ostacoli
accanto al sapore calmo
di quell’affresco d’armonioso respiro,
e m’alleviano questi limiti mansueti
d’ardimento lambiti,
ma non perdono dominante il trionfo
di queste umane fragilità senza divieti,
e mi s’insinua come un dono impalpabile
a questa notte mortale,
la dolce libertà
dei figli tutti della natura.


 

NESSUN INDIZIO

Accadrà che un passo
m’allontani dalla scena ?

Quel nome a contatto della pelle
che mi fu dolce quando nacqui,
soccombe a una stazione calcolata
dove immobile galleggia
e respira l’ordinario,
orribilmente stabile su di una risacca
dai fondali pieni di relitti.

E tutto attorno rigurgitano
gli anni paradisi sconosciuti,
all’orizzonte ti è sfuggente l’irraggiungibile,
alle tue spalle,
t’inseguono morbosi quei ricordi banditi
in fila sulla strada che vivesti,
e nessun miracolo s’aggiunge
a questo tempo sospeso,
deportato in fretta nell’arresa della tua vita.

Ma un altro giorno
passa pieno di bellezza,
e tu lo guardi immortalato
frastagliato nei tuo occhi
chiedendo il rischio alle distanze per un passo,
quell’indizio, che cova la tua mente per un cenno,
ma t’immoli perso ancora,
ancora alla sua voce,
quando già danzano il tuo spirito
e magnifici fondali,
prima di aver vissuto nuovamente.


 

RACCONTO NEL PARCO

C’è un vecchio
sulla panchina in mezzo al parco,
l’ho visto di domenica
e in altri giorni della settimana,
passa ore solitarie fissando qualcosa
dove arrivano gli occhi,
distrae la stanchezza giocando con formiche
arrampicate sul bastone,
fedele amico anch’esso sconosciuto tra la folla.

Mi è parso un bambino in castigo spiato da lontano.

Mi dice di quando un tempo
qui il grano era alto e dorato,
un incendio di bellezza smarrito ai quattro venti
cangiante il suo colore dietro il bosco
e al chiarore della luna,
mi racconta dei cumuli di fieno
e della paglia scacciata tra i capelli,
della luce brillante di pupille
che alimentavano commenti tra i compagni,
mi dice anche di quel giorno disfatto,
che il sangue fu lavato su questi campi
perché c’èra la guerra.

Mi dice dei lividi guadagnati sulle montagne
e del sonno in fuga divorato tra le foglie,
della fame selvaggia che sognava il suo granaio
con occhi aperti ben fissati sul mirino,
parla dei bambini nel convento
e di madri nascoste nelle grotte,
dei senza nome atrocemente aggiunti
alle cose abbandonate,
di gente nella paura ad ascoltare confessioni
come un prete, di rami dispensati come croci
testimoni di tanti oltre le spalle,
del triste tacere di casupole antiche
dai muti balconi sugli orti deserti,
e del buio innocuo, enormemente nudo,
nel terrore silenzioso di addormentarsi.

C’è chi un giorno si uccise per non essere ucciso,
chi ha tradito per non essere tradito,
chi ha pianto sotto le stelle perché la ragione
usurpata si era smarrita come la strada di casa,
c’erano vecchie colpe da sentenziare
e conti in sospeso da saldare,
il pericolo dilagò nascosto infinito tra la gente
vigile come una sentinella
e preciso come un cecchino
anche quando i vinti se ne erano andati;
perché ci fu chi nel rancore
non ricordò l’inizio tra le mani
che rese il tutto inevitabile.

Mi parla di quella lettera attesa,
che se ti raggiungeva tra l’ignoto
spalancava i tuoi occhi nel pulsare intenso
di parole innamorate,
o congestionava le tue mani
nel racconto delirante di un altro delitto,
nelle storie incontrastate di banditi
oltre agli invasori, il tutto,
assediato dalle usanze dei soldati
nell’incertezza di uno spazio
ancora Patria inafferrabile.

Questo è il dolore di chi ha visto quei morti,
questo è il grido assopito
di chi è rimasto nell’insonnia,
è la stirpe della memoria,
che ascolto attento tra le sillabe
dove cerco nell’immaginazione,
impercettibile una misura.

Poi mi parla di questa pace preziosa, sognata,
ringraziando in uno sguardo risorto
le mie orecchie concesse,
e mi dice che di tanto in tanto,
solo in questo luogo,
rivede vivo e com’era quel giovane ragazzo
che un giorno esplorò il mondo in un conflitto,
e in petto, risente forte penetrante
l’odore caro del grano.


 

L’ULTIMA STANZA

Cosa penserà quell’uomo
dalle liturgiche acute parole
quando racconta il mondo a esaminatori
attenti sgominati dall’esclusione ?

La chiarità si materializza a orecchie giunte
per l’occasione,
come vagabondi che fiutano una moneta.

Qualche ora è consumata a un tavolo
dove sfilano carte e si mordono molliche,
in un’altra si perde tempo con un libro
e un dialogo ridotto,
cerca quiete senza fine chi passeggia smemorato
chi fiuta il freddo alle sue gambe
chiedendo una coperta,
la noia silenziosa guarda fuori tra gl’inganni
sperando sempre nell’incontro,
mentre turbano in coro voci che inseguono
invadente, lo schiocco esaltato di una sfera.

E allora c’è una stanza nel fetore
dove sudano le mani,
dove un rantolo si addensa ti scova
e t’insegue in corridoio, dove un sogno
scorre ancora fiero nell’album dei nipoti,
dove il pianto sottovoce tra i singhiozzi,
sta di fianco sulla branda rifiutando la sua cena.

Questi sono i vecchi emarginati
che non servono a nessuno,
camerate di ammalati armati di cucchiaio
con il numero alla porta e gli addii sulle finestre,
alcuni ti guardano con occhi grandi inermi
annuendo moribondi a una parola fuggitiva,
e sono pronti per l’arredo dei cimiteri.

Chi sopporta,
concentra il suo palato nella prossima festa,
chi riflette matura il consumarsi umano
allevando un altro oggetto sul comò,
chi bisbiglia un’illusione,
popola la tua mente anonima di follie
nell’angoscia di un ritratto,
naufragato in sofferenze d’abbandono
che feriscono più degli anni.

Ma testimone del mio sguardo assente
è il mio solito bicchiere,
sfugge rapido all’addetta inquieta
e tace oscillando verso sera,
nell’ora più tremenda.

E più crudele è la notte fonda,
quando cerco il sonno tra i ricordi offesi
dal tempo, quando mi attacco alla speranza
e non dispero, che non mi trovi lui per primo
domattina.


 

RICORDO DI UNA CULLA

Dunque è cosi che sono nato ?

Parlatemi di quando fui salvato,
della culla di rifiuti che mi accolse
e delle braccia precipitate nel fetore,
custode di un lamento esaltato
e del mio corpo neonato.

Parlatemi di quelle madri tutte
e dei padri che mi avrebbero voluto,
ma fui scelto dalle stanze di una casa
ricolma di fratelli e sorelline.

E’ lì che i miei frammenti
hanno raccolto qualche volta
le tenerezze adulte di un sangue e carne
disuguale, è lì che la mia infanzia
si è sconfitta nei precetti
tramutandosi adolescenza prima di ogni tempo,
per poi mutare nuovamente alle azzurre candeline
in un’ascesa folle che ne sciolse la giovinezza
come cera.

E cosi la mia vita di bambino
scomparve un giorno come una luce tremolante
in una fuga alla ricerca del suo anonimo futuro;
parlatemi di quelle file indiane
e della voce spoglia a guidarci composti,
delle notizie nascoste dalla porta impenetrabile,
dei sogni copiati ad altri di una scuola,
murati nuovi in quell’esilio per non sentirci
differenti, poi riuniti nella sala grande
ascoltavamo l’eco in lontananza
d’altri passi in una corte,
a zittirci in testa un carosello inerte
quando solamente ci avevano sfiorati.

Allora figli di chi non fu al suo posto,
con la mente vuota di stupori
il sospetto dentro agli occhi,
la libertà dentro i quaderni
le distanze dentro al cuore,
amici di quei sonni turbati senza testimoni
e di un pensiero illuso a un inguaribile clemenza,
che migra dall’attesa e nell’animo non trattiene
la sua voglia di sparire,
incontro al mondo dei cosiddetti normali.

Cosi parlatemi delle feste lunghe
e del tempo degli amori tutti,
delle mani che ti accompagnano sicure
dell’abbraccio che ti accosta
di chi ti cerca per un bacio e ti crede dolcemente,
degli aromi sciolti in una casa intera
e di una voce calda,
preziosa e serena, mentre rannicchia il tuo corpo
e ti accarezza il volto verso un altro desiderio.

Vi parlo dal confine di un cancello,
sulle ombre della mia giovane immaginazione
guardando grigia quella soglia ancora viva;
è lì che sono morte le mie orme
dove alitano stinte
le fondamenta del mio presente passato,
è qui, che ho riplasmato da una stirpe
i miei ricordi, e ho sepolto imbrividito,
questa nostalgica emozione.


 

LA VITA DEGLI ALTRI

E’ domenica pomeriggio,
una di quelle che non ti aspetti nessuno,
mi sento un po’ meglio non ho avuto ricadute
i parenti lo hanno saputo
e sono giunti numerosi, di alcuni,
non ne ricordavo neppure l’esistenza.

Sono pazienti e comprensivi
mi rimboccano le coperte aggiustano il cuscino
mentre sono concentrato sulle loro melodie,
e c’è un bambino che piange forse un nipote non lo so,
quando i loro genitori,
non perdono tempo ad elencarmi
una serie di problemi per lo più economici
annoverando giorni che si preannunciano in fuga,
sono giovani e bisogna capirli.

La giornata di un’altra è tristemente monotona
piena di lavoro addolorante la sua schiena
senza mai un attimo di svago e riposo,
ci vorrebbe un compagno per assisterla con i figli
e dimenticarne la solitudine in mezz’ora d’affetto,
qualcun altro mi parla dell’orto e del suo rigoglio
lamentandosi nauseato da quest’acre odore ospedaliero,
ma se presto non pioverà copioso
sarà una vera tragedia per tutto il lavoro fatto.

C’è un bambino che piange,
e qualcuno d’un fiato
mi racconta delle sue gambe che non sono più le stesse,
mi ricorda di quando al mare con un balzo
scavalcava l’onda più alta prima di tuffarsi,
o di come si arrampicava sul ciliegio
fino alla vetta più elevata
per poi correre sul prato da me ben conosciuto.

C’è un bambino che piange
perché non sa parlare,
mentre una folla d’angoscia s’incammina
salutandomi, premurosi nell’ora tarda,
di rincasare in tempo per la cena
che deve essere cucinata.

E quasi mi sento in colpa
per non averli potuti aiutare,
per aver perso un occasione descrivendola,
che quella macchia oscura ingigantita
impressa sulle mie lastre,
mi tiene all’amo come un pesce
ricordandomi che nel mio caso il calendario,
corre più veloce di un orologio.

Poi comincia un’altra notte,
e se domani sarò ancora in vita,
darò una festa insieme al mio stupore.


 

Il CONFINE

Quante volte avrò guardato il mare
in quest’ombra che s’allunga e mi guadagna,
cercando una risposta,
nella folata tesa che mi socchiude gli occhi
riversandomi addosso un infinito aroma.

Niente ritorna,
tutto finisce nell’oscurità ghiacciata
da ciascuno immaginata.

In questo breve sguardo ritratto
verso una voce consueta d’acque,
mentre il mondo alle mie spalle ci spia,
osservo come un affresco svelato
sfilarsi la vita tra i bambini
e i loro giochi sulla spiaggia,
tra una coppia d’amanti che passeggia stretta
rallentando il tempo
in una trina di famelici baci,
tra l’ombrellone più avanti
dove nascondono il capo
uomini antichi attaccati a una sedia
e ripetute cantilene,
chiudendo il cerchio nell’ansia
in questa linea di confine,
d’illimitate nostalgie.

Qui,
dove s’incontrano la terra il mare e il cielo,
dove si mostrano travasi di sfumature umane
dal virgulto alla preghiera
del suo lungo abbandono,
quello che mi viene in mente,
è di sporgermi laddove non arrivano gli occhi,
liberando il mio fiuto in balia dell’orizzonte
nell’agguato schivo della sua curva amara.

Ma nel cuore d’oceaniche solitudini
sognando un’apparizione,
chi mi accompagnerà,
verso la cenere marcita
di tutte le creature estinte
per quell’epoca nuova ?

Potessi aggiungere a questa vita domani,
un nodo e un filo,
che mi riportino alla desolazione cara
di quell’ultimo ombrellone.


 

MERAVIGLIOSA ARMONIA

Prigioniera dell’auspicio marionetta del mondo,
una maga per l’impegno alla vita oscura
di quella minorenne incantata gaiezza,
avvinghiata alle dorate fondamenta
di cose sconosciute.

Con un nome che non ricorda nessuno,
insegue d’un’epoca nostalgie raccolte
trascinandosi isterica fra nenie monumentali
con acrobatica destrezza e funebre coraggio.

Dal suo volto sconfitto non trapela sconforto,
ma sofferta saggezza
concessa premurosa davanti alla scuola
fissando quegl’occhi quando muore un abbraccio,
quando il passo s’allunga e l’affoga per quella
materiale separazione, e le piccole mani
che stringono il nulla perdute oltre la ringhiera.

Cammina sui vetri d’una strada sconnessa
scomparsa da tempo mentre la luce si fa alta,
inizia la sua battaglia armata di grembiule
piroettando rabbuiata
dal trasloco del pegno che porta il suo cuore:
rassetta sordido un recinto nell’ansia
camuffa traspirazione al vapore d’un ferro,
e sotto un ostile giudizio
in un frammento d’accettazione che non muta,
inizia la veglia allo sconosciuto di turno.

Tutto si ripete la sera,
ma l’aria di casa è diversa e le dona una forza
che rinsalda intorpidite le nobili spalle,
che divide la sorte dalla giusta armonia,
dove risorge un grembiule più leggero
nell’orgoglio cucito al fedele diario
eterno portatore d’un’altra pagina d’amore.

Flettono le luci in quella morta sopravvivenza
e nell’ultima prodezza, si trattiene audace
quell’assalto torturando la sua mente a un’altra
spada per l’aurora, possente risuona la condanna
in quel martirio senza mai vittorie
seppellisce vano sul calendario il giorno,
liberando in un sospiro
la chiarezza d’altre pene già risorte.

Ma quando annovera malinconica
nel connubio d’una smorfia
l’equilibrio alla misura dell’insidia,
e un dubbio affonda la sua mente
riportando consumate all’indice quell’unghie,
e un immenso smarrimento avanza irrefrenabile
offrendo compassione a quel minuto silenzioso,
spunta minuta nella stanza
l’innocenza quieta del suo enorme compenso,
e ogni vasto dolore si dissolve
ogni lacrima sprofonda a un altro battito gigante
si spezzano le catene alla zavorra,
quando cara una fievole voce,
scandisce tenera sillabando in un sorriso,
buonanotte mammina.


 

IL VICOLO DELL’INFANZIA

A volte un desiderio
annichilisce un’ora del giorno,
brancola in un’altra
poi dondola per un’intera nottata.

Come un seme che sfugge isolato
germoglia in quel ricordo sereno,
e ridesta un sorriso
travasando nel tuo silenzio massacrato
diffuso di visioni un istante, un punto lontano
dove annodate in gocciole d’amore le tue radici puerili,
aspettano docilmente chiaro il turbine nostalgico
appesantire fresco la tua gola.

E s’incammina un pensiero come un’eco protesa
dilagando nell’incanto di ciò che non passa,
e la vendemmia desolata di quel tempo leggero
ritrovo nello smalto del vicolo nascosto
dove giovani nuotavano i sogni,
nel nido flessuoso rimasto negli occhi
dove risiedono infinite rimarcate le mie tracce.

Mi dilata le pupille quel riflesso riacceso,
e l’acqua dei vasi ridiscesa,
serpeggia daccapo
stuccature di pietre poste a pavimento,
m’approda sui piedi che le mie piccole gambe d’affanno
vogano in movimenti perpetui,
mentre l’aria più docile assolve il suo compito
facendosi gradevole tra le ombre più scure.

Lanciano campane rintocchi sommersi tra i tetti più alti
in un agguato di voci sotto le volte di mattoni,
corre il mio pensiero con i suoni protratti alla piazzetta
che nessuna memoria ne ha mai visto la luce,
e traspare nuovamente un popolo di ragazzi
in un’epoca senza destino,
in un groviglio di lietézza
dove qualcuno intesse all’indietro una conta
con il sole affacciato tra i pochi spazi di cielo,
ad accarezzarne lo stridere del gruppo,
prima che il vicolo dai mille ripari,
celasse l’innocenza di quell’ultimo brusio
come un guscio premuroso e materno,
come un’anima che ci ha visto nati
attaccati ognuno alla propria mammella.

Ma cos’è che sopravvive logorato al tempo
non stanca e guarisce la tua febbre
in una scia dove si fonde adesso il divieto di giocare ?

Certe mura di vecchiume,
hanno superstite l’odore dell’infanzia
raggiunto dal tuo naso attraverso il tatto d’una mano,
passeggiando tra un passante e una storia del tuo cuore
che senza imitazione ti consuma.

A volte un desiderio
mi corre perdutamente tra i pensieri
in un autentico momento
come un acrobata nella notte,
si ferma tra i giochi riemersi trascinati dalla mia vita,
gioca a nascondino,
e s’abbandona riavuto quando usato dal sonno più dolce
non sa del travaglio di quell’amaro risveglio.


 

ATTIMO

Sei del tempo
l’antenato più sconosciuto,
il battito indistinto laddove perfino il mondo
da un bagliore si generava nelle sue forme.

Sei lontano dalla memoria di tanti,
in altri lo stupore
li ha sorpresi al solo ricordarti,
ma in alcuni non svanisci
agli ostinati non puoi sottrarti,
sei il mattone forte
dove nascono e si forgiano gli effetti,
dove cambiano i sentimenti
e si compiono nel tuo nome
gli eventi più grandiosi.

Si sono prese decisioni dettate dalla pancia,
ci siamo guardati e capito la sorte,
magnifici amori sono stati concepiti
e mai preclusi,
in ritardo come sempre
abbiamo visto ovunque
colori esplosi dai germogli,
ci siamo resi conto di una guerra,
e ogni tanto addirittura
inginocchiati a una preghiera.

Folle adunate poi disperse
riaccese speranze poi arrese allo sconforto
intuizioni dettagli scelte illusioni
un fatto accaduto,
abbiamo approfittato e rinunciato
gioito e sofferto
siamo stati certi ed incerti
esaltati umiliati
audaci e codardi all’istinto.

Tutto ti ha vissuto un secondo
almeno una volta,
e tanto è rimasto
di quell’ignoto momento legato alla vita,
tranne l’attimo non colto
mutato in un gigante, solo,
in quello spazio eterno
che affonda nel tempo,
lasciandone il senso
alle catene dell’uomo.


 

UOMINI

Uomini acerbi leggiadri ancora docili
allevati innocenti dalle fragranze inquiete,
dai batticuori che rimbalzano a grappoli
incauti esplodendo,
danzano con il peso del mondo,
con un’ora fuggitiva, che svanisce e li spoglia
come nel suo lavoro l’autunno alle piante.

Uomini dalle chiarezze emancipate
consumati nella forza in voli dolorosi,
li ho visti addossati alle bufere in fermento
li ho visti rinnovati dalla festa o dall’evento
dalle dolcezze dell’amante inabissate dentro,
rinnovati dalle fiamme d’ideali
dalle minacce slegate dall’ignoto,
che doglie e s’annida nelle menti
quando tutto si consuma, s’inceppa,
s’indovina in vuotissimi ritagli.

Uomini dalle stagioni moribonde
con il vuoto riunito nelle mani avvizzite
senza voglia di racconti
finalmente colmi di bagaglio,
li ho visti attendere l’annosa partenza
ognuno in fila per il suo grande naufragio,
persi, ad ascoltare il tempo improvvisato.

Lieve o struggente, la vita,
ha una destinazione scritta
in una mappa che solo Dio sa leggere,
non abbiamo bisogno di volare,
a noi è dato solo il tempo
di una folle folle fantasia,
alla quale nessuna invocazione
fu mai più negata.


 

UN GIORNO

Slanci di luce fresca
nei crepuscoli dalle intatte speranze,
volgono ai miei occhi fiduciosi
saturandoli d’ogni forma viva o morta,
di colori accesi o spenti,
di tutti gli avanzi che mi hanno ieri lasciato,
e ritrovo non mutati inerti
nella penombra di quell’attesa.

Un’incantevole tortura è il giorno,
una prigione matura di tutte le cose rigettate
con i miei sogni in tasca per andarmene altrove,
con i suoi accenni distinti in un soffio
a difesa del mio dolce apparire
con i suoi echi felici di glorie perdute,
premurose e clementi,
dove libero la mente
alle incolumi raccolte visioni,
quando stremato mi riconsegnano ai remi
perché io solo non mi estingua prima del buio.

E in ogni luogo lontano immobile ad aspettare,
in ogni stanza sconosciuta
dov’è murata la mia quiete
a ricordarmi la purezza di conosciute tristezze,
vedrò lo spegnersi del giorno sofferto
sfumare i residui di questa impervia esistenza,
disillusa umile risorsa,
ripiegata in un cassetto
della sua immensa ragnatela.

Quale colpa mi è dovuta,
se non posso scegliere in corsa lo spazio
dove disperdere ingigantita
la mia fertile immaginazione.


 

IL MONDO

Si schiude inerte selvaggio e decorato,
offrendosi nell’intimo
alle bende dei nostri occhi rapaci,
riempiendoli lungamente
d’un’incantevole remoto mistero,
del tripudio se lo ammiri
di quei brividi sottili ricomposti,
libero, senza fine, senza smanie.

In tutte le sfumature si mostra
dilagando servito,
immune alla clessidra che trasporta
il suo immutabile concepimento
oltre ciò che di mortale ne fa uso.

E nel riassunto d’ogni cerchio
di sole e pioggia,
d’ogni tepore che tramonta e poi risorge,
lascia il suo fermento alla terra
in una veste di colori circondati dall’azzurro,
e un respiro galleggiante
naufragato dalla culla delle sue tenebre,
a sfidare il tempo nei secoli
in un tutt’uno tra gli astri.

Ed è questo travolgente prezioso
delirante girotondo di bellezza,
questa preda immortale,delicata,
assediata dalla quiete,
sospesa pulsazione illuminata
punto infinito d’origini d’indomite grazie,
che vede il tutto l’universo,
come un bambino il suo minuscolo carillon.


 

LA NATURA

Ho trovato una ragnatela sul sentiero,
e senza motivo con un dito,
ho accasato un terremoto
distruggendone perfetta
la sua fragile geometria.

Poi mi sono appena affacciato
sul filo sottile del ragno laborioso,
ho trattenuto nello stupore il respiro,
e ho accolto senza cedimenti
nello sforzo della sua nuova costruzione,
la sostanza tutta della natura
che non si estenua…

Ci è stata servita d’intorno
piena di luce
senza fallimenti e obliati passaggi,
offerta alle sue creature,
addirittura quelle umane…

E non ha bisogno di un biglietto,
per descriverla come una sposa,
basta solo ricopiare
senza farsi notare.


 

CULTURA

Come un pagliaccio
condannato al suo circo,
ti convivo e assalto
il germinare dei tuoi stormi
succhiando un’emozione,
dall’enigma della tua sovrumana bellezza.

Come un ingordo dalle tue anime defunte
esploro il pathos di antenati e m’esulto
nello splendore d’immortali sconosciuti,
persi equilibristi di un sogno ignudo
perché nel marchio
si è smarrita la dignità vivendo.

Sei una gita fuori porta
tra la selva di esperienze,
dove il mio tumulto ritroverà l’inizio
infondo ai tuoi sentieri,
attraverso la lettura
delle tue sconfinate radici.

Dolce compagna di solitudini ferite
ti guardo con gli occhi aperti
di un bambino
e dai tuoi recinti alcuni dopo il tempo
muteranno in osannati,
e altri non illusi
ti abbozzeranno nell’incontro
in un attimo già finito.

Ma con lo stesso amore
giocolieri originati dalle parole,
si schianteranno per meravigliarci
nell’infinitezza dei tuoi cancelli
come un popolo senza rimpianti,
dove anch’io mi fermo e sono vivo,
perché di questa eclisse
ne sono il nano e gli appartengo,
come un pagliaccio
condannato al suo circo.


 

LA POESIA

E’ un figlio miracoloso
nato dal compendio disbrogliato
d’un’essenza,
dalla bellezza melodiosa
dilagante d’un insieme.

Antologia di stratagemmi
offerti nei loro segreti di sillabe,
alla rivoluzione d’occhi perenni,
dove maturano disancorandosi
mutevoli dolcezze, in letarghi
di quietissimi abbandoni.

E innocentemente da un popolo
che vi attinge consorte,
si sotterra una radice ancora
alla genesi d’uno spazio filàntropo,
dove nei sensi in uno stile d’altezze,
magicamente s’ingolfano
s’influenzano lievitando,
e naufragando risaliranno immortali,
i cuori tutti dell’umanità.


 

IL POETA

Tutte le cose orfane
si schiudono allo sguardo di stupori
che spezza il velo d’innumerevoli salvezze,
offerte in dono a coloro che nasceranno
riconoscendone remotissimi linguaggi.

Depose ancorando un chicco
dilagante d’erudizione
nella culla incorruttibile della sua mente,
e il seme rifugiato e abbandonato
nel ventre di quelle pagine,
germogliando nella solitudine,
in un’alba d’avvenimento,
diramava indomito crescendolo
quel suo canto di luce.

Travolgente frammento
in un’atmosfera senza recinti
di placida intimità,
che partorendo un sospiro segreto
profondo e profetico
nell’assenza d’un momento,
esplose tutto arrestandolo, nell’incisa
resurrezione d’un battesimo romantico.

Proteso remando sui sentieri
soàvi della sua fuga geniale,
volta in un abbraccio,
alla libertà dell’eterno.


 

TUTTO IN UN ABBRACCIO

Ho letto struggimento tra le tue labbra
e acerbi sospiri,
ho colto l’espressione della prima tenerezza
stritolarmi pensieri caduti
in un brulichio di piccolissimi baci,
defunti in questo limite vero
che sarà per sempre o per un’ora.

E non toglierò a me stesso
l’occasione adolescente in questo abbraccio,
di questo immenso affetto incontrollato,
che raccolgo innocente rifiutando la sua carne
offerta come una preda nel silenzio,
nell’incantesimo di accordate movenze,
nel ristoro disceso del suo linguaggio
riplasmato d’abbandono.

Ascolto un battito dolce
lasciare impronte sulla mia pelle
e cingere questo mutismo travolgente,
in uno spazio dove semino lentamente
le mie certezze
nate come da un aratro le sue spighe,
in un angolo, dove il freddo sulle mie spalle
non chiuderà la porta a questa sete d’intimità.

Dammi un funebre giorno
per il mio cuore zingaro da mercante
e quello sciame d’attimi che tornino a visitarci,
quando l’insidia coverà nella sua veglia senza tregua
un’altra inutile distanza,
tienimi stretto questa notte tra la terra e la luna
tra una promessa e il suo tempo
tra questo mare infinito
e la statua dei nostri corpi discinti,
lontano dai sogni proibiti consumati in una notte,
al riparo da quell’istinto primordiale
che non invecchierà questo momento
nel ritmo spezzato dei respiri,
nelle timide fondamenta delle tue uniche carezze,
dove mi sento magicamente eletto,
nel capolavoro umano
di questo raro sentimento,
chiamato amore.


 

POTESSE IL VENTO

Ho camminato spesso inseguendo
i sentieri dei miei lunghi pensieri,
senza mai approdare in altri connotati,
dove invece, ho smarrito tacendo
la possibilità d’esimermi da quelle false
emozioni che non erano le mie.

Il vento ci porta illusioni
che risuscitano accantonate in uno spazio
dove la giovane immaginazione,
è sospesa tra la tempesta d’un sogno
e quello che ci capita;
a me è capitato di sbriciolarmi vedendoti
felice, perché amavo fantasticando
la meta dell’ebbrezza
in cui sfamavi la sinfonia del tuo cuore.

Ma un giorno, mentre accarezzava
la mia mente a tratti i tuoi confini,
ho visto sfumare la tua musa
e nell’oscurità vagheggiando
il mio corpo prendere il suo posto.

Quello che aspettavo certo,
avvolgerci intensamente odorandoci
in un’ombra vagante,
in mezzo a un mondo di vapore
innocuamente fragili e abbandonati;
ma poi il vento impertinente,
mi riporta d’un soffio
in qualche luogo disparato
dove risuona concretamente
il deserto che mi circonda.

Ed è questa penosità,
che annunzia nel tumulto
alla visione attenta un indirizzo,
sapendo di quelle sillabe
la simmetria profonda ad una svolta
e stessi gesti ingurgitati dallo specchio.

Potesse adesso il vento raccogliendole,
portarti sul tuo profumo,
la traduzione delle mie mute parole.


 

QUARANTASEI ANNI

Qualche volta c’innamoriamo di nuovo,
lontano dai giochi nei giardinetti
dove le panchine sanno ancora di risate,
mostrando residenti le mie tracce,
mentre sfidano il tempo immiserito
nel rifugio d’un eterno abbandono.

Qualche volta ci ritroviamo nuovamente
in gesti usuali, in parole conosciute pronunciate
risuonanti spirituali nell’intimo dei sentimenti
fino a coglierne il tremore,
una vibrazione sorridente che ti scuote cosi bella
adagiandosi a quel frammento,
sovrana nel suo richiamo misterioso di sirena,
solitaria,
come una stella occhieggia quando piove di notte,
silenziosa,
come un sentiero inabitato sconosciuto tra i boschi.

Qualche volta ti cerco ancora tra i rumori perduti
e di colpo ti vedo in un’altra, giovane ragazza,
apparizione senz’ombre di sogni divini
dolce fuga dei miei sommessi pensieri,
implacabili forme allucinanti la mente,
avverso sorriso, che mi risplende davanti
quando mi scende in petto un batticuore
annotato nel ricordo di quel defunto passato diario.

Ma il mio corpo è diverso,
abbi pietà di quest’occhi rimasti gli stessi,
di chi non dispera,
perdona il mondo che mi ha messo da parte
e mi ha dato maturo un aspetto
che anch’io non riconosco,
come posso spiegare alle tue mura difensive
che il compendio del mio fervore
non è sospinto dal solo folle desiderio,
se potessi raccontarti un tempo non diverso dal tuo,
come posso educarti…

Se tu potessi al mio cuore ineffabile
concedergli una grazia
tra quest’echi imprigionati dalla sorte,
ti accorgeresti innamorandoti che nell’anima mia,
sembro nato ieri.


 

QUELLA TUA PAROLA AMICA

Non posso pronunciare la parola amica
rassicurandomi sottile l’equilibrio della ragione,
quando ricevo un’orchestra d’emozioni
dove le smanie ti ricreano esaltate un istante,
da quest’urgenza che vola spedita
e ascende incontrollata.

Non posso pronunciare la parola amica
se a condividerti la sera
è un’altra idea che ti stupisce brevemente,
un altro timido frammento che fa sorridere
le tue labbra cibandosi di quel sospiro che trattieni,
mentre un’altra impronta gelosamente
sfiora le tue mani.

Non voglio pronunciare la parola amica
quando annoto ancora la mia tristezza,
sui sassi che sbiadiscono adesso l’erba
dei nostri abbracci,
sui giochi dove atterravamo in sorsi
lentamente la passione,
liberandone maturo il sudore d’un effusione,
sulle usanze consuete che sparpaglio soddisfatto
quando corrotto annego dolcemente
nel piacere imprudente di quest’inferno.

Come posso dimenticarti
se traccio ancora queste mura
con il tuo nome accanto alla parola amore,
come posso vivere il silenzio se puntuale
al mio fianco lo zingaro del tuo fantasma,
percuote in una lunga attesa quest’assenza
che giace altrove, dove spedisco in uno scritto,
l’inchiostro che ci racconta ma declama qualcun altro.

Rimuovo al mio letargo queste bende d’una storia
contando al tuo viaggio le somiglianze aspre
di minuti capovolti,
e nuvole infrangono dilaganti
una chiara luce d’un cielo deserto
dove si stendono rotte già remote,
rotaie astratte già smarrite,
e strade immaginarie,
si assorbono consumate in questo adesso,
c’era una volta.

Non voglio pronunciare la parola amica
nemica mortale di tutti gli amanti,
abbandono quest’assaggio folle
dove impazza la mia mente,
la mia penna alla tua catena,
io scendo adesso.


 

DIMENTICANDOMI ADESSO

Dimenticandomi adesso dei miei passi consueti
e delle mie depresse concluse tentazioni,
potessi sradicarmi e circumnavigarti
refrattando il pudore dei tuoi giovani occhi,
che mi travolgono giocando, con l’intimità
matura di ogni mia sregolatezza,
viva circostanza di follia bizzarra
dissetata alla tua fonte disumana.

Vorrei la mia casa un circo immediato
che riprendesse incorruttibile l’arsura
per la pazzia del percorso che ti rintraccia
e t’avvicina, attendarmi polveroso
ponderoso ma limpido e leggero
fecondissimo di vinto privilegio,
luce inalienabile, dominante i sentimenti
delle mie colpe d’allusioni,
tutte fugaci alle bonifiche del mio corpo.

E adesso che ti sento precluso
e ti rivedo come un’ombra della sorte
al mio sommesso delirio, dispensando sussulti
alla verità di questa mancanza, ho perduto
negli anfratti del mio redento miscuglio
il magico biglietto per il miracolo
della tua sospinta innocenza,
fuggiasca speranza, che già qualcun altro
insegue inchinandosi alla sua dolcissima pietà.

Il mio cuore adesso,
è come immerso in una brezza infinita
risospinta gelida a questa malinconica
malattia d’attesa, e va cercando defunto
stupidamente un incantesimo
che si riveli alla rete della notte,
dove trascina ciechi tormenti
che non cedono alle tue tracce perdute,
dove s’ascoltano alle pene tutte foschi segnali,
nel sogno inesorabile di quest’ultimo desiderio.

Ma in questo mondo selvaggio
dove si pescano uomini soli,
è arido l’antidoto che m’affoga in un bicchiere.


 

NEL VIAGGIO DI UN’ESTATE

Ogni volta che m’avvicino placido
nel rifugio dove spento nei miei occhi
è il tuo riflesso, basta un’ombra
a somigliarti sullo sfondo,
e questa tregua ti ricerca nel mio fiato
denudando una pagina mai voltata.

E tutto ritorna sulla vela che guidasti viva
lasciandomi morente
ad abitare l’ultimo pezzo di un odore,
di un’emozione muta,
soffocata alle sue spirali
nel gusto amaro della malinconia
per una breve tappa della bella stagione.

E in questo vuoto informe
invaso dalla speranza,
ho coltivato la cenere della mia sorte
in un sospiro,
perché questo respirasse nuovamente
senza agitazione.

Mi è capitato un giorno lungo la riva
in questo luogo di rivedermi innamorato
nelle forme schiuse, in docili gesti
d’un assedio, per quell’ora cinta
dal silenzio del mondo.

E l’eco bella di quell’amore
mi raggiunge immaginando armonioso
il riso in corse di libertà leggera
d’innocenza trepida in un bacio
declinato sulla ghiaia,e il primo tocco,
dove fummo di un vulcano i suoi bambini,
acrobati cresciuti senza rete
sull’abisso della vita.

Potesse oggi quella ingenua età
dissipare il freddo della sera,
accompagnando il sonno nell’insonnia
ispirandoti a una luce domattina
che ti prepara a un altro incontro
tra gli odori dei giardini,
le voci alte delle strade, e vesti poco usate,
sordide in quell’abbraccio ripiegato
sopra l’erba.

Ma si sa fuggente di un’estate,
sono gli amori esplosi smarriti come un falò
sbocciato tra la folla di un triste andare,
per alcuni consuetudine di un evento,
in altri ardono eternamente in una coda
dove quel filo teso non si spezza,
e il nodo non si scioglie,
sul ponte oscuro della notte.

E allora nel risveglio della maturità,
sei segnato dalla conoscenza di un vissuto
che è l’immutabile custode
di giorni disuguali in semplici segreti acerbi,
e nonostante la mediazione del tempo
nel rumore di quest’assenza,
non mi penetra conclusiva
nessuna somiglianza.


 

QUEL BACIO

Come corre il tempo sulle visioni
fanciulle discinte delle tue schiuse figure,
un afflato negli istanti dove vivido
nei tuoi floridi prati mi nutrivo,
e mi travolsero folli sentieri concupiscenti
dove silente smarrivo sognando
i miei ricordi d’affetto.

Ci baciammo soavemente insistentemente
nel soffio di quel tempo, dominando
nell’esplosione la magia d’uno schermo
dove arrestavamo in cumuli
le nostre lacrime più care.

Poi sorridendo scomparsi al mondo
liberavamo esultanti esigui minuti,
naufragati d’impulso in un solo episodio
del nostro essere anima,
lenendo travagliato il battito che incedeva
stordito, quando le tue labbra taciturne
le mie palpebre socchiusero.

E sono oggi le nostre lacrime
nel compendio d’un abbraccio,
a ricordarci quanto è stato grande
quel bacio d’una sera, quando confusi
ci separammo alla sorte,
della sua disciolta incommensurabile
mutazione.


 

UN AMORE SENZA PUNTO

E’ come se cercassi una virgola
negli attimi di vento,
è come se cercassi una parola tra le spine,
la scusa per morirti, l’equilibrio alla risposta
per il dilemma che avvicenda folle,
la muta creazione dei tuoi nascosti sentimenti.

E’ come se cercassi di sfuggire
al magnetismo errante del tuo nido,
di non essere l’anima scalza dei tuoi giorni,
il chiodo delle tue notti,
e l’armonia perduta, definitiva,
tra la pace delle tue mani.

E’ come se cercassi una virgola,
per ritardare il tempo nel gioco esperto
dei suoi capricci risorti.

Ma feconda la tua radice nel mio petto
m’impossessa viva e cresce,
e ogni muscolo s’ammutina al battito
che conduce impulsi e nervi
e ogni senso del mio corpo; quando
nel fuoco emerso del tuo chiaro volere,
tutto è un fiato senza punto.