Fabio Recchia

Recensioni


LA LEGGENDA DI RE FRAVORT

C’era una volta, nella notte dei tempi, – quando la Terra era appena nata; quando le forze della natura si disperdevano su tutto il creato ed erano sovrane dei fiumi, dei monti, dei mari, dei laghi e dei boschi – , un Re, cui era stato destinato il Regno di Fravort.
Era un Padre felice; alla Sua corte regnava la pace , i sudditi vivevano laboriosi nel bosco, e nelle miniere cercavano preziosi minerali nascosti nel profondo della Montagna. Gli elfi e gli abitanti dei boschi conoscevano bene la storia di Re Fravort e la tramandarono di Padre in figlio fino ai Nostri giorni. Re Fravort era un padre felice, viveva in un castello fra il verde e i grandi alberi che lo proteggevano dai venti e dalle tempeste. Nella Sua reggia viveva assieme alla Regina della Neve , dalla quale aveva avuto tre figli, Sidero ( ferro ), forte e possente, dai capelli rossi come il metallo ferroso ; Cobalto ( arsenico ) giovane e biondo, con gli occhi azzurri come il cielo, con un temperamento da guerriero e poi , Cupro ( rame ) il più giovane dei figli maschi, dagli occhi verdi come la speranza, un poeta romantico, che amava la musica e le bellezze della natura; infine una figlia, OCRA , dai lunghi capelli, la più piccola , quella che il Padre amava di più. Lei amava ricamare dei bellissimi fazzoletti con i colori dei monti, dei torrenti e i suoi pizzi sembravano cristalli di neve. I quattro figli del Re erano buoni e ottimamente istruiti; ma un giorno decisero di lasciar la casa paterna e di dividersi sulle strade del mondo per portare a tutti le ricchezze del loro sapere e la gioia di vivere .Sidero si avviò verso la Stazione ferroviaria per salire su di un treno che lo portasse verso le terre lontane oltre i confini del regno, al di la del mare dove avrebbe potuto conoscere nuove genti, nuove culture, persone con cui condividere il suo sapere , la sua tradizione , la sua storia, la vita. Cupro invece si era invaghito di una ragazza di montagna, bella come il Sole, dai lunghi e ricci capelli, semplice nella sua purezza, serena come un fiore, e con Lei voleva dividere il suo amore, condividere la gioia delle bellezze della natura, il verde dei monti, l’azzurro del cielo, il bianco della neve, le notti stellate al chiaro di luna. Assieme a Lei andò sulle montagne per vivere in una casetta di legno e pietra, con le pecore e gli animali del bosco per compagnia. Quella piccola baita per loro era una reggia, le pietre sembravano marmi e le ragnatele delle bellissime tende di pizzo. Cobalto invece aveva un temperamento guerriero e partì per terre lontane dove la guerra imperversava, dove la guerra rapiva alle famiglie i figli più giovani , ragazzi che lasciavano la fidanzata, la mamma, le cose più care, per perdersi e morire nelle valli sconosciute, al comando dei generali, ubbidienti agli ordini di chi non conoscevano; nel freddo e nella tempesta , dove i cannoni tuonavano nella , e i bagliori delle esplosioni illuminavano a giorno la notte scura; le giovani vite si spegnevano, colorando di rosso i verdi prati e la neve copriva gli amici che trovavano l’ultimo sonno nei bianchi letti di ghiaccio .Sta di fatto però che, Sidero, Cobalto e Cupro, non appena furono lontani, si lasciarono contagiare dalla malvagità degli uomini, conobbero la vita oltre il loro confine, dove la pace, la saggezza, l’amore, erano stati dimenticati, sopraffatti dalla cattiveria umana, dai peggiori sentimenti che l’uomo possa avere. La loro bontà diventò cattiveria, invidia, odio, superando chiunque nella capacità del male. Ma il Signore vide tutto ciò e decise di punirli in modo che di essi non rimanesse più il ricordo. ll Vecchio Re Fravort, venuto a conoscenza di quanto i figli erano cambiati e di come fossero stati puniti, implorò clemenza presso il Signore, lo scongiurò di farli tornare a casa, e il Signore, mosso a pietà dal pianto del vecchio Re , lo accontentò.
In cambio però volle che fossero rinchiusi nelle viscere del monte, a piangere sul loro triste passato. Le loro lacrime sgorgarono copiose dai loro occhi, come torrenti in piena e filtrarono nel terreno fino ad una grotta di Vetriolo che divenne la Caverna dell’Acqua Forte, dove ancora ora sgorga la famosa acqua minerale contenente il ferro di Sidero, l’arsenico di Cobalto e il rame di Cupro; Un’acqua che ora può ridonare la salute e la gioia di vivere a chi si affida alle sue proprietà. Anche Ocra , la sorella di Sidero, Cupro e Cobalto , che li aveva sempre difesi e nascosti agli occhi del Padre venne rinchiusa più in basso dei suoi fratelli, nella Caverna che da Lei prese il nome, la Caverna dell’Ocra, e dalle sue lacrime di disperazione per il tragico destino dei suoi fratelli si formò una fonte di acqua minerale più leggera ma ugualmente benefica. E fin da allora, ogni notte, a mezzanotte in punto il Vecchio Re Fravort fa visita ai figli prigionieri e li rincuora perché , benché nella loro vita fossero stati cattivi, con le loro lacrime hanno riscattato il loro passato donando salute e benessere con l’acqua della fonte.

rielaborazione di fabio recchia


 

 

Già il titolo “Oltre l’orizzonte” connota fortemente questo nuovo lavoro di Fabio Recchia nel rapporto finito-infinito, desiderio di indeterminatezza – che è cifra del Terzo Millennio – e tensione verso il non-compiuto, tra suggestioni leopardiane, toni montaliani e rimandi alla tradizione europea da Musil a T. S. Eliot. Ritorna l’eco del Montale di Piccolo Testamento che Fabio Recchia rivive a modo suo investendo la dimensione negativa della catastrofe con il contrappunto luminoso dei segni delicati che la “parola” riveste di valori morali, di una religiosità laica, verso un’etica della conoscenza a partire dalla esplorazione del sé, per indagare, nella fisicità del mondo, l’inesprimibile che solo la raffinata poesia dell’invisibile e dell’imponderabile porta in primo piano.
Ed allora la centralità dell’io si dissolve nella oggettività della parola-metafora che rincorre all’infinito le cose, gli oggetti, le “fantasie” con la graziosa mutevolezza del vago in cui si proietta il desiderio di “nominare” la realtà pensata, o, nell’immaginazione, di dare forma al pensiero della realtà.
Nel gioco di specchi fra procedimenti logici, geometrie e slanci metafisici si consuma la ricerca di una poetica della “consistenza”, icasticamente rappresentata dalla rete delle “parole” che si rintracciano, le une sulle altre, in un arabesco di immagini cristallizzate nella forma di una scrittura essenziale: l’invisibile si concretizza nella fisicità di sensazioni e di pulsioni in cui è ancora possibile rinvenire le labili tracce di una continuità, di una via d’uscita, di un risarcimento ideale ed esistenziale nel caos della contemporaneità. La scrittura poetica si carica così di una funzione alta e necessaria, in cui scrivere significa “ricercare”: è la quête dei cavalieri erranti trasformati in “pastori vaganti”, è il rigore della regola che Fabio Recchia arbitrariamente qui si impone per sfuggire all’arbitrio ed alla casualità. Le 99 lettere dell’alfabeto che compongono la lirica iniziale, in successione, le une di seguito alle altre, costruiscono una per una l’incipit, la lettera iniziale di 99 “frammenti”, ciascuno in sé concluso e ciascuno “parte” di un progetto di conoscenzain cui le parole sono impronte di desideri, assenze che si vorrebbero presenti, timori, speranze coltivate nel chiuso della memoria, del ricordo, della trasfigurazione onirica.
La scrittura poetica diventa “il respiro del mondo”, metafora della sostanza eterea che penetra il mondo e si adatta – prende la “forma” – degli oggetti nella loro infinita varietà. L’occhio umano ne percepisce il continuo mutamento, in una sorta di impressionismo fra sinestesie nuove (“petali di nuvole”, “colline del mare”) e simbologie affidate al livello ritmico-fonico di antiche sonorità con l’alternanza di suoni ora aspri ora dolci (“Gocce di vetro/le anime di neve/brillano pure”).
Fabio Recchia costruisce sul frammento la completezza, sul “Nulla” che “cancella le parole” il poemetto delle parole-occasioni entro cui recupera il rapporto con la natura, con l’esistenza, con il tempo. Il “tu” è l’interlocutore ideale, eppure reale, proiezione di sé in una dimensione spazio-temporale esterna alla contingenza ed alla fisicità del dato e tuttavia “dentro” la realtà rappresentata (“Ora/sarò/pensiero,/nel tuo ricordo”); ancora una volta, montalianamente, quel “tu” è il depositario dell’unico spiraglio per aprire un varco alla conoscenza, quella che la poesia suggella come garanzia etica al poeta-uomo che infinitamente desidera e che qui incontra il suo tempo come dimensione privata, coscienziale, soggettiva ed interna, in una accezione tutta novecentesca fra “pieno” e “vuoto” (“Donami un minuto/della tua vita/e io/ ti darò/ la vita/in un minuto”). La destrutturazione della tradizionale categoria temporale accumula il presente sul passato, il Tutto al Nulla e il Nulla si sostanzia nella forma pura dell’assoluto: simbolismo francese (Mallarmé soprattutto, ma anche Valéry) e ontologia negativa di matrice leopardiana si incontrano.
Lo “sperimentalismo” di Fabio Recchia si spinge così fino alle verticalizzazioni più ardite, agli accostamenti più inusuali, al gioco di contrasti più netto, fra lo spirito di Hermes-Mercurio, il “principium individuationis” e la melanconia contemplativa di Saturno-Cronos: nell’alternanza e nel “doppio” emerge la focalità di Efesto-Vulcano. E come quella di Efesto-Vulcano la fucina di Fabio Recchia lavora instancabilmente la materia informe, grezza, ne fa ornamenti preziosi e precisi, “gioielli” che comunica col calore della passione e la forza della natura trasformata in cultura.

Agnese Gianeselli


 

 

Fabio Recchia ha sempre dimostrato molteplici interessi culturali che lo hanno avvicinato ai diversi campi della cultura.
Sapevamo di trovarci di fronte ad un personaggio versatile : musica e Banda Cittadina, pittura, icone, mosaici, attività solidaristiche ( AUSER ), impegni amministrativi – sociali, – culturali come per il “Centro Artistico Culturale Guernica “ di pittura, per il “Centro Studi Chiarentana “ , l’Associazione “ Amici di Hausham”. In realtà oltre alle mostre di quadri-icone-mosaici, avevamo letto ed apprezzato, in passato, alcune sue poesie, ma ora ci troviamo tra le mani più di un centinaio di sue liriche da analizzare, parte in dialetto “ levegan “, altre, in maggioranza , in lingua italiana.
Fabio Recchia con questo corpus poetico vuole affermare la propria identità anche campo di Erato per la poesia amorosa, d’Euterpe per la lirica, e forse un giorno anche di Calliope , dalla “ bella voce “ per l’epica e l’elegia locali.
Le muse risvegliano la memoria, cantano il principio dell’eterno, fanno sognare, aprono nuovi spazi alla parola , all’immagine , alla fantasia.
Egli s’affida a versi semplici, ma evocativi di sentimenti, situazioni , ricordi,propositi e mete che riesce a controllare efficacemente dal di dentro.
Nascono così liriche intessute di ricordi, persone, ambienti che sa trasformare in un mondo vivo, anche di privata intimità, ma con nostra possibilità di comprensione e di condivisione immediata.
Osserva il suo Paese, la Natura, l’alternarsi delle stagioni, il lavoro e gli impegni dei suoi conterranei, senza arrogarsi però un diritto a giudizi definitivi.
“ E’ uno – come dice la poetessa Gabriella Mistral – “ di quegli essere che temono di far male”.
Non usa molte figure retoriche quali ossimori, metonimie, antitesi, ecc., semmai gioca con analogie e l’ironia, come in “ Oggi-Leggo-Essere-Modernità-Corri-Addio”…
E’ il suo modo d’essere anche in poesia : appartato e presente, amichevole e cordiale, stringato e familiare.
Diverse sono le liriche ispirate dall’amore come“ Scorre–Bello- Aquiloni-Distesi-Perdono-SanLorenzo-Ciao-Luci-Amante-Amore-Sospensioni-Perché… liriche dove l’amore seduce alla verità, ha il potere dell’incanto, di una persuasione perfetta… “ rischiara il desiderio di vivere”…è flauto incantatore del dio Pan è “ vento prodigo di carezze “…è un torrente o pugno di silenzio”.
Ci sono le poesie civili come “ Bagliori-Corri.Camminare-Ricordo 1983_Tamburi-Guerra-Futuro-Bagdad…” in cui il, poeta fa scelte precise per una vita pacifica, per la scelta ecologica, contro ogni omologazione (Camminare) , formula esortazioni nette ( Corri ), piange con lacrime uguali per tutti il sangue dei caduti, dei morti, degli assassinati, degli affamati …
Con tredici poesie dialettali tratteggia un mondo d’affetti, situazioni, pensieri, cose care, che diventano perle come “ Al mercatinio- alla “ Ciesa”, “Nel Cameron”, “El Capitelo”, co “Fioca “ e gh’è la “Luna”.
Può essere una visione de “ Na popa biondina”, “a Levego (quando) gh’era”, e le sente ancora, “le campane de festa” o le note del “La Banda”a “ Nadale” o a “Santa Luzia”.
Il dialetto diventa così per Recchia la lingua degli affetti, dell’immediatezza scultorea dei fatti e dei ricordi, diventa capacità di far rivivere la figura della madre che racconta, come ieri, le fiabe; oggi i ricordi della Città e dei paesi , del Quartiere, del Viale, della propria casa.
Luciano De Carli


 

Le rifrazioni del passato nei bagliori del futuro .
I bagliori del futuro nelle rifrazioni del passato.

97attimi di una esperienza scandita dal ritmo incessante della natura riflettono il caleidoscopio di immagini che costituiscono la sfaccettata, eppure unitaria, poetica di Fabio Recchia.
Ed è proprio l’ambiguità semantica del termine “ riflessione “ che autorizza un doppio livello di analisi all’interno di una molteplicità di elementi e di suggestioni .- che tuttavia costituiscono e disegnano un corpus compatto e fortemente connotato.
La natura sembra esse un elemento “ panico “ in cui Recchia si immerge , in un processo di auto-identificazione al contempo di distinzione , fra l’essere dentro e il fuori di una dimensione esistenziale in continua tensione.
Ed allora si recupera , nella scrittura solo all’apparenza lineare una qualche eco leopardiana, montaliana, ungarettiana , persino dannunziana, di un d’Annunzio epurato dal limite artificioso ed artificiale della parole senza parola. Si avverte a tratti il limpido impressionismo pascoliano e la problematica del Pirandello di “ Mai giocondo “.
La scrittura poetica si dilata nelle assonanze, nelle consonanze, nelle allitterazioni, nei giochi di suoni con la rima interna, con scambi di sillabe che si rincorrono e si alternano, oppure si assottiglia fino all’essenziale in cui unità del verso e unità di senso coincidono.
Arditi ossimori si rimandano conflitti composti nella dimensione soggettiva di una realtà che si introietta nella sensibilità dell’io quando disvela fra precarietà e dolore una possibile via di fuga l’otre di cui si alimenta una flebile, eppur viva, speranza di futuro.
I procedimenti analogici caricano di oggettività il tessuto più intimo e privato del recupero memoriale : mani fragili – fiori di carta , croco- primavera. Qui il lessico attinge alla vita e la parola si fa anima, sprofonda nella nudità della sua essenza. Parola-essenza, senza segreto della realtà cantata anche nei toni più sfumati del dialetto, traccia segreta di un rimando racchiuso in un suono dalla forza ancestrale della vita su cui indugia la complicità del lettore.
Gioco di specchi nei temi antichi che il gioco accarezza e riprende , per confondere poi nel breve spazio di un verso che cede all’immagine e molle vi si adagia.
Canto di nostalgia e di struggente armonia per il giorno che muore e rinasce all’alba dorata di un segno d’amore.

Agnese Gianeselli