Michele Lalla

Racconti


LA CONDANNA

Il campanello squillò trinciando il silenzio meridiano immerso nell’insipienza del sonno, misto a stanchezza: «Professore, sono Manuela Giliberti. Posso salire un attimo da lei? Ho bisogno di una spiegazione». Quel «sono» generò sensazioni di fastidio impercettibili, mentre, come d’abitudine, premeva il pulsante per aprire il portone. Gli alunni passavano spesso da lui per chiedere spiegazioni: si stava avvicinando l’esame di maturità e erano un po’ preoccupati per il compito di matematica. I maschi passavano anche da soli, ma le ragazze venivano sempre in gruppo. Ebbe qualche perplessità fuggevole, cui non diede importanza perché aveva un rapporto cosí spontaneo con loro, che si stupí di questi indefiniti retrostimoli parassiti. In realtà, era quasi loro coetaneo: si era laureato a pieni voti e con lode in matematica a ventitré anni e súbito aveva avuto l’incarico di insegnare al liceo scientifico. Conosceva i ragazzi da due anni e il rapporto con loro non solo era cordiale, ma quasi confidenziale, anche per via dell’età e dei gusti comuni. Manuela bussò alla porta, mentre egli rimasticava l’insostenibile spossatezza del dopo pranzo, tra sbadigli di pensieri che scivolavano lenti in quel pomeriggio assolato di maggio, come da pietre screpolate e annoiate.
Aprí la porta senza guardare con attenzione e si sedette súbito alla scrivania per rispondere alle sue domande. «Non mi viene questo esercizio e non capisco dove sbagli» esordí Manuela. «Vede? Devo studiare la funzione e, poi, calcolare l’area determinata dalla sua intersezione con un cerchio e una parabola. Mi sono un po’ persa nei passaggi». Il professore li cominciò a esaminare, corresse le imprecisioni della simbologia. Osservò che non aveva controllato l’esistenza degli asintoti: occorreva determinare il limite per ics che tendeva a destra e a sinistra delle radici del denominatore, e, quindi, a piú o meno infinito. La ragazza allungava il collo per seguire meglio i suoi passaggi. Il professore ogni tanto guardava in faccia l’interlocutrice seguendo il flusso della comunicazione. In uno di questi passaggi, la guardò con piú attenzione, perché aveva avuto l’impressione di non essere seguito abbastanza, e si accorse che aveva uno sguardo intenso, gli occhi lucidi, le gote rosse. Fu attratto anche dall’abbigliamento, almeno quello che emergeva dall’altezza del tavolo, era un po’ sopra le righe: una maglietta sbracciata e molto scollata. Un seno perfetto e quasi piccolo: non quella abbondanza finta e proterva.
«Sa, professore, che quando ha parlato di infinito ho avuto un sussulto al cuore. Guardi il mio petto, quasi trema … perché l’infinito è tutto e nulla, per me, il cielo e l’abisso. Voi matematici, invece, che idea avete?». Voleva richiamare l’attenzione alle sue commensurabili fattezze? Alla sua esposizione troppo asciutta, che la trascurava con gli sguardi? Cercò di concentrarsi sulla spiegazione da dare: «L’infinito matematico non è né metafisico, né metaforico: dire che ics tende a infinito vuole solo dire che ics cresce indefinitamente. Detto cosí sembra tautologico, eppure, se esiste il limite della funzione, e è finito, per ics che tende a infinito, allora comunque si fissi in modo arbitrario un epsilon piccolo a piacere, esiste un valore di ics, diciamo M di espilon perché dipende da epsilon, tale che per tutti i valori di ics maggiore di M di epsilon, e sono infiniti, il valore della funzione differisce dal valore limite di una quantità che è inferiore a epsilon».
«Professore, questa è la definizione formale, ma l’infinito, quale idea senza limiti, è spaventoso. E noi, cosí grandi al suo cospetto spariamo: puff! Eppure, l’infinito sono anch’io perché sono insondabile e se mi guardo dentro non scorgo fondi. L’infinito è Dio perché noi non lo possiamo conoscere. L’infinito è l’universo, ma c’è chi dice che è finito. Se fosse finito, cosa ci sarebbe oltre? Dio? L’infinito è lo spazio che contiene tutto, anche l’universo. L’infinito è il tempo che non finirà mai e, forse, non è mai iniziato. E qui mi si inceppa il cervello. Se l’uomo era nel paradiso terrestre e Dio è eterno e eterno tempo, come d’altronde è il paradiso stesso, allora non può esistere la «cacciata» da esso in quanto o noi siamo perennemente in esso, e dunque l’eternità è questa vita stessa che muta e noi siamo sempre gli stessi in una eterna metamorfosi senza saperlo, o la cacciata è un evento infinitamente ripetibile, e dunque la viviamo in ogni momento nella dissociazione tra l’essere e il mondo e tra il tempo e l’eternità dell’evento. Tempo e eternità sono diversi e sono anche la stessa cosa perché sono uno dentro l’altro: il primo scorre da meno infinito a piú infinito e la seconda è immutabile e contiene interamente il Tempo stesso …». Il professore aveva ascoltato assorto il suo entusiasmato arrovellarsi sui piani inestricabili che avviluppano le menti, quando si immergono nell’infinito, ma qui la interruppe con decisione: «La cacciata dal paradiso ha piú livelli di lettura: teologico, ontologico, psicologico, esistenziale, spirituale, o, che so io? Non ha una lettura matematica. Cosa sta cercando? È la domanda da porsi. Cerca la verità sul mondo e su quale mondo o sui tuoi destini, su ciò che è e ciò che non è? Se ci si rivolge al divino per capire il terreno, si cade in una aporia o contraddizione perché se la loro distanza (divino e mondo) fosse infinita, allora sarebbe incolmabile e, dunque, ogni ipotesi sul divino sarebbe falsa, eccetto la sua negazione. Ci resterebbe cosí solo il mondo, ma su quale piano esso si colloca rispetto al tempo e all’eternità? E questi due sono aspetti della stessa entità? Le risposte non sono né semplici, né definitive, e né neutre rispetto alla fede che si professa e condiziona la comprensione delle relazioni, ma la nostra salvezza non dipende necessariamente dalla realtà di queste due entità e dalla relazione che lega il costante e il mutevole. Se il paradiso fosse qui, non sapremmo giustificare il dolore che affligge gli uomini. Se credessimo al premio ultraterreno, non sapremmo ugualmente giustificare il dolore e rischieremmo di avere una falsa credenza. Circoscriverei, pertanto, le questioni all’infinito matematico e ai numeri».
«L’infinito dei numeri è un paradosso» disse con enfasi Manuela. «I numeri naturali sono infiniti, ma sono infiniti anche i numeri pari e sono infiniti anche i numeri dispari. Perché la loro unione dà un infinito che ha la stessa numerosità o la stessa entità?». Il professore la interruppe di nuovo: «Sta mescolando due piani: l’infinito soggettivo ¾che si percepisce in sé, nella Natura, nell’Universo, in Dio¾ e l’infinito matematico che è una costruzione mentale …». Fu interrotto a sua volta: «Perché li separa? La Natura parla il linguaggio della matematica e, dunque, le proprietà della Natura e le proprietà dell’infinito dovrebbero essere congruenti».
«Non usiamo termini matematici per metafore. Lasciamo stare la congruenza, che è altra cosa. Lasciamo da parte l’infinito dello spazio, del tempo, e dell’universo perché apre discorsi complessi e, forse, tuttora insoluti per i risvolti anche concreti che potrebbero avere. Restringiamo il discorso sull’infinito matematico che, come dicevo, è una costruzione mentale e, come tale, può non essere reale. L’infinito deve soddisfare dei criterî di coerenza e delle proprietà: saranno queste proprietà a definire l’ente, che in quanto ente non si può definire, se non partendo dalle sue proprietà. Distinguiamo il discreto dal continuo e soffermiamoci sul primo. Dobbiamo tenere presente che l’infinito non può essere pensato con espressioni mutuate, necessariamente, dal finito che costituisce la nostra esperienza concreta».
«I matematici delimitano, definiscono, assumono o postulano, limitando, cosí, la complessità del reale, svilendo le sue sfumature, la sua poesia. Professore, vede? Il fatto che l’infinito non possa essere pensato, è in Sant’Agostino! Non possiamo comprendere l’infinito che è Dio, con la nostra mente finita: è come svuotare il mare con un bicchiere e versare la sua acqua in una buca della spiaggia».
«Mi sembra che quel mistero riguardi la Trinità, non l’infinito. Si pensa che ciò che accade in un insieme finito di elementi, debba accadere anche in un insieme infinito. Non è detto. Cosí, se uniamo due insiemi aventi la stessa numerosità, otteniamo un insieme con numerosità doppia, nel finito. Se uniamo, invece, l’insieme dei numeri pari e dei dispari, che sono entrambi infiniti otteniamo l’insieme dei numeri naturali che è infinito e ha la stessa numerosità dei due insiemi di partenza. Questo è l’esempio da te citato prima».
«I paradossi nascono da qui? Dal pensare l’infinito con la logica del finito? Per me non è credibile e sono incredibilmente affascinata dal discorso. Il logos! Che strano: si parte dal logos per giungere all’assurdo, come nel caso della freccia che non colpirà mai il bersaglio al quale è diretta».
«Ti riferisci al paradosso di Achille e la tartaruga?»
«Sí, se non lo si lega solo all’infinito, ma anche alla non esistenza del moto. Achille non supera la tartaruga perché non arriva mai al traguardo: se arrivasse al traguardo, la supererebbe anche; dunque, il moto non esiste, come la freccia non colpisce mai il bersaglio. Non è concepibile da alcuna mente».
«Il paradosso non è diretto a negare l’esistenza del moto, secondo alcuni, ma a contraddire la costruzione del continuo, operata dai pitagorici, tramite la composizione di elementi finiti e indivisibili, detti atomi».
«Mi può spiegare meglio il paradosso di Zenone?». Il professore cominciò con la formulazione. Si indichi con uno, per semplicità, il tratto da percorrere. Sia V la velocità della tartaruga, sia 2V la velocità di Achille. Manuela si era alzata piantando le mani sul tavolo, con il corpo proteso in avanti e la testa china, molto vicina a quella del professore, intenta a seguire i passaggi. Il professore continuava: «La tartaruga parte a metà del percorso e Achille a distanza pari a uno, per semplicità. Quando Achille avrà percorso la metà dello spazio, che lo separa dal traguardo, sarà al posto dove era la tartaruga. Questa, intanto, avrà percorso la metà dello spazio che la separa al traguardo, uguale alla metà del percorso di Achille, e sarà a tre quarti del percorso. Quando Achille avrà percorso la metà del tratto che lo separa al traguardo, e sarà ai tre quarti del percorso, la tartaruga avrà percorso la sua metà rimanente, e sarà a sette ottavi del percorso. E cosí fino all’infinito. La successione dei tratti percorsi da Achille sono un mezzo, un quarto, un ottavo, e cosí via. La tartaruga avrà percorso un quarto, un ottavo, un sedicesimo, e cosí via. La somma dei percorsi di Achille dopo n tratti è pari alla somma di una progressione geometrica. Si aggiunge e si sottrae uno. Si opera cosí e si ottiene», aveva il fiato dell’alunna sul suo collo, «il termine n-esimo della successione: (2n – 1)/ 2n, che tende all’unità per n che tende a infinito». Alzò gli occhi e si trovò il suo seno all’altezza della faccia perché si era alzata dalla sedia e, piantando le mani sul tavolo, era protesa in avanti. Ne fu turbato e arrossí. La fronte cominciò a imperlarsi di sudore.
Manuela era consapevole della sua forza di seduzione e la sperimentava in un gioco innocente. Egli era il professore e ella, in quel momento esatto, percepiva che era ai suoi piedi e lo voleva in suo potere, sotto di lei e cotto di desiderio. Guardava la lucentezza della pelle della fronte che traspirava in abbondanza e ne traeva un segreto piacere, una sicurezza inspiegabile, un desiderio di portarlo sul sentiero dell’ambiguità. Manuela tendeva spesso a comunicare in prevalenza con il corpo, tra la compiacenza dell’interlocutore e la soddisfazione di sapere che ella gli piaceva. L’atteggiamento non derivava dalla premeditazione, ma da una specie di consapevolezza intrinseca dettata da una coazione congenita nella gestualità quotidiana. Lo guardava dall’alto e sfidava il suo sguardo un po’ smarrito: «Vede? La dimostrazione mi appare come il sentiero della tecnica. Io sono sconcertata di fronte all’infinitamente grande e infinitamente piccolo perché mi chiedo come si fondano nel mio anelito verso l’immensità, che è infinita e confusa con il divino, nell’esperienza che vive uno strato embrionale e contiene un potenziale infinito che si materializza con l’essere sé, nel mondo, con l’altra metà, con il cadere delle distanze che non si annullano mai tra un uomo e una donna. Ecco, io ho superato un arco di distanza e sono molto vicino a lei. Non so nulla di lei, non la conosco a fondo e la distanza è vicina, vicinissima. D’altronde, non conosco alcunché anche di me. Non è infinito questo? Entrare in contatto con l’altro è esaltante …». Il professore cercò di interromperla, mascherando la sua voce alterata: «Vogliamo passare dall’infinito matematico, all’infinita varietà delle miserie e delle ricchezze degli esseri umani? Vogliamo correre i rischi di una eccentricità che si sviluppa nelle turbolenze degli eventi?». Si lanciava per strade pericolose, suggerendo messaggi insolenti.
«La divergenza dall’infinito quanto è sul piano dell’intelletto? E quanto di essa è sul piano della realtà?» gli disse con tono di sfida. «Dipende da dove si vuole andare!» le rispose, insinuando con malizia l’emersione della sua complicità. Manuela bruciò qualche centimetro, continuando con provocazione: «Bella la turbolenza della vita, dove le contraddizioni non sono condizioni necessarie e sufficienti, ma sono necessariamente sufficienti a noi stessi». Il professore era sopraffatto, lo sguardo si perse nell’incavo dell’acqua che sapeva di latte e affondò la testa nel suo seno, azzerando la distanza che li separava. Si aspettava di essere respinto, sicché tergiversò un attimo, fingendo di essere frastornato. Non fu né respinto, né accolto: scivolò sull’attendismo affinché si ergessero o si sciogliessero le difese. Gli argini smottarono lentamente e le sue mani si posarono sul suo capo. I gemiti si rincorsero: «Sí», «Cosí», «Aspetta», «Piano», «Piú forte». Via la giacca, via la camicia, via le canottiere. Fu un frenetico e quasi goffo liberarsi del tavolo, dei bottoni, degli attacchi. Un incontro sul fiotto della sorpresa e del desiderio incontrollato. Fu un gioco dalle imprevedibili conseguenze, sommerse dalle esigenze immediate di fusione. Fu un arco voltaico: i lampi di luce solcavano i garriti delle rondini sulle cimase e rimbalzavano sul divano, che era un tappeto di petali rossi e viola: passione e vergogna, esaltazione e esperienza, ignoranza e conoscenza, tutto e niente, infinito e finita esperienza che svaniscono in un gemito. I respiri si rincorrevano sull’erta del tatto, la percezione eccitava i pensieri sconcertati dall’intensità degli effluvî, i corpi si tendevano come archi fino allo spasimo. «Mordimi, ti prego, mordimi forte», implorava con voce strozzata. Il morso arrivò sulle braccia, sulla clavicola, sul collo: «Spostati. Cosí. Piú forte». Continuarono fino allo stremo, restando avvinghiati a una eternità e assecondando ora il riposo, ora il desiderio del contatto nell’unità, ora il ritorno del vento nelle loro teste e la pace dei sensi.

Il tempo passò senza tempo, senza misura, senza percezione. L’orologio, caduto dal tavolo e rotolato là, dove ora era sotto i loro occhi, segnava implacabilmente l’ora del ritorno a casa. Era diventato tardi e doveva andare. Il distacco fu duro. Ella avrebbe voluto rimanere tra le sue braccia, e sapeva che non si poteva. Avrebbe anelato a essere ancora coccolata, e sapeva che non si poteva. Avrebbe voluto consumarsi di baci, e sapeva che non si poteva. Avrebbe voluto struggersi di piacere al contatto del corpo con il quale si era fusa, e sapeva che non si poteva. E il séguito? Avrebbe potuto non esserci. Egli era sempre il professore. L’addio fu furtivo e doloroso, eppure uscí leggera, con la sensazione di librarsi come una farfalla: era ancora stordita dalla passione subitanea e travolgente, esausta per lo sforzo. Una leggerezza fisica animava i suoi passi, che si irradiava dal diaframma in tutti gli arti: camminava come in una allegra caduta con il paracadute, ebbra e felice. La discesa delle scale era la prosecuzione di quel volo fisico e mentale, dal quale non riusciva ancora a tornare a terra. Un infinito svuotato di orizzonti che si spalmava sulla sua pelle, sul suo sguardo, sul suo respiro. Man mano che scendeva tornava alla realtà e la percezione cambiava, come quella di un ubriaco che smaltiva la sbornia. Uno struggimento incontenibile assaliva la sua anima: aveva ancora bisogno di stringere qualcuno tra le sue braccia, di essere ancora stretta da braccia forti e protettive, desiderava ancora il contatto fisico e il calore umano che desse un senso ai palpiti del suo cuore. L’infinito si apriva sotto i suoi piedi: un abisso di solitudine e di abbandono, un languore e una malinconia inestinguibili. Aveva giocato con il vertice del profondo e ne era stato sopraffatta: abyssus abyssum invocat. Da qualche parte l’aveva letto. Uno scoramento improvviso, come una fitta insopportabile, le tinse di buio l’aria limpida della sera di maggio. Le sue gambe tremavano. I suoi passi diventarono incerti. Aveva voglia di piangere e non trovava la forza per assecondare i singhiozzi: restava inebetita e incedeva come un automa, mentre lacrime calde solcavano il suo viso pulito, rigandolo di rimmel. Camminava in un acquario con una sensazione di essere sporca: alito, sudore, abiti, pensieri. Si sentiva immersa in liquidi estranei. Era materia inerte.
Una voce la chiamava, ma non sentiva. Una mano le prendeva il braccio scuotendola e ella niente. Silvia, sua compagna di classe, la scuoteva. Due mani la scuotevano. Manuela camminava sentendo nulla: solo il ronzare del sangue nelle orecchie, il pulsare delle tempie, come se l’abbraccio con la pulsione dei sensi continuasse. «Cosa hai fatto al collo?», disse Silvia. Si scosse e rispose debolmente: «Ah! Il collo …». Silvia le sfiorò il livido, provocandole un sussulto. Le camminava accanto senza parlare, donandole calore corporeo e sostegno di presenza. Silvia avrebbe voluto fare di piú, ma si sentiva impotente e non capiva cosa potesse essere successo. Manuela, invece, si diceva che era bello avere un’amica e la sua mano sulla spalla le dava un senso di puntello, sembrava la sostituzione di un arto mancante. La sua presenza era una calda coperta stesa su un corpo scosso da brividi di freddo. Il suo respiro era balsamo per le ferite, metronomo della scansione dei passi, vigilanza affettuosa. Silvia ebbe una specie di illuminazione e le disse con concitazione: «Sei stata dal professore di matematica e quel porco ci ha provato?». Manuela annuiva come una ebete. «Dimmi! Ti ha violentata?». Manuela continuava a annuire, ma non aveva forze per spiegare, né poteva spiegare, né aveva parole sufficienti per dire ciò che non si poteva dire. Si sentiva colpevole. Aveva incoraggiato la situazione? L’aveva voluta come gioco, senza l’oltre che a volte si produce e ti travolge. Ne era stata travolta, cosí giovane e ingenua, cosí spregiudicata e avventatamente sicura di sé, desiderosa di avventura e sperimentazione. Silvia la dirigeva e si ritrovarono al Commissariato a denunciare l’avvenuta violenza. Il morso sul collo, alcuni lividi sulle braccia, e qualche graffiatura qua e là sembravano mostrare con evidenza la violenza súbita.
Intorno a lei era sprofondato un vuoto assoluto, una inerzia di quiete che le scardinava le forze e la fiducia. Alea jacta est, si diceva, e una vergogna sconfinata affondava nel suo cuore. L’umiliazione delle domande al Commissariato non l’avevano temprata a sufficienza. Ora, incombeva la paura di affrontare i genitori, gli amici, i compagni di classe. I risolini, le allusioni, le ammiccate, le battute sarebbero state le frecce che avrebbero martoriato la sua testa, le sue carni. Avrebbe preferito non fare alcunché e non rivolgersi alla giustizia. Il Caso aveva voluto cosí: le restavano solo il disappunto di una esperienza che era oltre l’immaginazione contingente e lo sconcerto del ricordo tra il piacere e la frustrazione distruttiva. Avrebbe fatto il da farsi, con umiltà e convinzione, con coraggio e decisione. Lo scoglio peggiore sarebbe stato il processo. Le domande scarnificanti della difesa, i pruriti delle indagini sui dettagli: chi ha fatto la prima mossa, quanto hai provocato, quando adito hai dato ai suoi slanci, come è avvenuto esattamente, si attenga ai fatti, quando le ha tolto la canottiera cosa ha fatto, quando le ha slacciato i pantaloni dov’era lei, quanto ha goduto o non ha goduto, il morso glielo ha dato prima o dopo, quanto l’ha obbligata e quanto è stata consenziente. La verità dei fatti non era la verità dell’anima, lo sapeva, e non spiegava i termini della questione in generale. Il guaio stava nell’essere fisicamente maturi molto presto nell’età: da quando si era ancora bambini. A undici anni aveva già il fisico di una adulta: la maturità corporea avviene molto prima della maturità mentale e psicologica. L’uragano ormonale induce a tensioni e pulsioni incontrollabili: la dinamica è piú forte della statica, ma la prefigurazione mentale delle azioni che traducono i desideri è molto diversa da quella esperienziale che, poi, ne deriva. Ci si può pentire di ciò che si fa, si possono valutare male le conseguenze. Un adulto dovrebbe saperlo e essere piú cauto e piú responsabile verso il minore. Era una minorenne, eppure non voleva abbarbicarsi a un dato anagrafico che, inequivocabilmente, la poneva dalla parte della ragione. Dopotutto, mancavano pochi mesi al raggiungimento della maggiore età. L’ontologia era la chiave del comportamento, in quanto considerava l’essere in sé, in quanto è, a prescindere dalle sue qualità sensibili; quindi, era la chiave per la costituzione di una deontologia: chi è in una posizione dominante non dovrebbe agire in modo da favorire fatti che potrebbero essere dannosi, dovrebbe evitare di avere rapporti con chi si trova in una posizione sottostante, specie se scaturiti da situazioni occasionali e non maturati lentamente nel tempo. Una poteva anche pentirsi. Ebbene, a rifletterci, si rendeva conto delle conseguenze sui comportamenti di una simile conclusione: un uomo, per congiungersi a una donna, le avrebbe dovuto chiedere un documento scritto che accettava liberamente l’accoppiamento? Le relazioni tra i generi ne sarebbero state sconvolte. Era confusa. L’essere minorenne le dava, però, la certezza che neanche questa dichiarazione d’intenti sarebbe bastata e, poi, quella ontologia avrebbe dovuto indurre il soprastante a frenare il sottostante. Si costruiva ragioni murate di pietra per difendersi dal dolore che si espandeva in una marea devastante di sabbia e nulla: doveva resistere ai marosi e distaccarsi da ciò che aveva vissuto anche nell’esaltazione della ineffabile intesa con l’altro, esplosa in una unione totale e momentanea; doveva distaccarsi da ciò che era sopravvissuto alla sopportabilità dell’essere e, isolato dal rumore di fondo, incombeva sul flusso dell’esistenza a ritmi ossessivi. L’erigendo bastione non frenava, però, il dolore che incalzava in progressione lenta e inesorabile, inarrestabile. Intralciare la lava di sofferenza che avanzava, significava garantire una sua continuità di presenza che, anche quando era cancellata, restava impercettibile a logorare la corda del respiro, provocando una mancanza d’aria, che la lasciava sull’orlo di un continuo e imminente spezzarsi.

La situazione turbava anche il professore, che temeva di essersi impegolato in un pasticcio perché il prosieguo della storia poteva diventare complicato per la relazione professore-discente che intercorreva tra loro. Forse, avrebbe dovuto reprimersi, non lasciarsi trascinare dalla situazione. Egli era sempre il docente, sebbene quasi coetanei. Le piaceva, tuttavia. Perché non pensare anche a un futuro? Ella si sarebbe iscritta all’università, mentre egli avrebbe consolidato la sua posizione economica. Poteva essere una idea. La notte dormí a fatica. I ricordi lo tormentavano e lo esaltavano: il vento di un caldo respiro investiva i suoi pensieri, il calore della pelle di Manuela si irradiava dalle sue tempie alle mani e ai piedi, i sospiri di lei erano anche i suoi, la sua immagine riempiva il cervello di ebbrezza e fantasie. Il mattino si alzò disturbato e frastornato eppure si sentiva corroborato, caricato a sufficienza per andare in aula e affrontare i draghi turbolenti per le spiegazioni da impartire loro.
Si avviò per la solita strada. Poco prima di giungere a scuola fu fermato da un carabiniere che gli chiese l’identità: «Il professore Franco Aleata?». «Sí», rispose con un po’ di tensione, come accade spesso, quando si incontra una persona delle forze dell’ordine, e frettolosamente per cercare di frapporre una certa lontananza da lui. «Si può fermare un attimo? Le devo parlare». Cercò di svincolarsi: «Ho i minuti contati: la lezione sta per cominciare». Il carabiniere con calma: «I minuti sono sempre contati; ma non le conviene andare a scuola perché ci sono i giornalisti». Franco restò perplesso: «Che c’entro con i giornalisti?». «Vede? Conosce Manuela Giliberti?». «Sí, è una mia allieva. Perché?». Con comprensione: «Ha sporto denuncia contro di lei per violenza carnale; cosí è stato sospeso dal lavoro. Le abbiamo voluto evitare di arrivare a scuola. Stavamo venendo da lei». Già! Stavate venendo da me. E ora? Cosa avrebbe fatto per vivere? Qualunque lavoro, ma egli amava fare l’insegnante, amava studiare per trasmettere la conoscenza e la curiosità. Era tutto finito: «Puff! E spariamo», aveva detto Manuela e a ragione! I suoi sogni sparivano, inghiottiti da un sogno pomeridiano di maggio tra i garriti delle rondini, che ancora volavano sulla sua testa, e il sole, che brillava sempre allo stesso modo sull’erba e sull’asfalto, sull’amore e sull’arresto. La Natura ignorava le tragedie che incombevano sugli uomini e si consumavano nella sua indifferenza: tra l’indiscrezione dei bigotti e dei morbosi, tra le allusioni dei conoscenti e il ludibrio dei presenti o futuri colleghi di lavoro. Sibilavano già le espressioni: «Ah! Ti è piaciuta la studentessa? Pena, ora!», «Com’era la tua allieva, bona?», «Te la sei mangiata? Mangia la polvere, ora», «Frescone». Avrebbe avuto bisogno di un avvocato e di tanti soldi per uscirne salvo o per dimostrare la sua innocenza. Era stato un momento di comuni intenti: dov’era la sua colpevolezza? Quali prove aveva per provare il consenso? Cosa si può dimostrare, senza prove? Poteva, forse, argomentare che era stato indotto, provocato? Squallida tesi dell’irresponsabile. Il dubbio, se era veramente innocente, gli martellava le tempie. Si era lasciato trascinare dal gioco di un infinito e profondo intrigo dell’istinto, cadendo nell’abisso della perdizione: l’abisso era in lui e lo chiamava a inabissarsi. I pensieri gli sbiancarono il volto e piombò in uno stato catatonico. La mazzata doveva ancora arrivare: «Lo sapeva che era minorenne? Era nata a marzo, ma era andata a scuola in anticipo: un anno prima». Farfugliò qualcosa, ma non riusciva a parlare: aveva la lingua pesante e impastata di saliva, non vedeva a un palmo dal naso perché una coltre di nebbia era calata impietosamente. Finalmente: «Non è come crede». Con sufficienza ironica: «E come sarebbe?». Dopo uno sforzo sovrumano: «C’è stato un incontro, un consenso». Con tono di insinuazione: «E il morso sul collo che aveva stampato nella carne i suoi denti, piú le altre escoriazioni?». Oddio: il morso, i graffi. Che dire? Una minore con in piú i segni evidenti della violenza consumata. Seppe che era già condannato. Avrebbe voluto dire, fate quello che volete; ma voleva difendere la sua dignità. Il suo orgoglio non gli consentiva di arrendersi: «Posso riparare. Non era un atto predatorio in sé». Con decisione: «Queste cose se le vedrà con il giudice, ma temo che non esista piú il matrimonio riparatore senza consenso e, dunque, la denuncia parla da sé». Senza consenso non si fa niente e il consenso di Manuela non c’era, allora, non c’era ora e, forse, non ci sarebbe stato mai. Avrebbe dovuto affrontare l’interrogatorio dell’avvocato dell’accusa: i dettagli, il momento esatto dello scatto che aveva innescato la violenza, quando aveva allungato le mani, quando le aveva strappato di dosso la canottiera, quando l’aveva sbattuta per terra o non proprio sbattuta, bensí travolta con un impeto comune a entrambi. Oh! No. No. Quanto aveva ascoltato la sua resistenza, seppur flebile? Ma non era lui, lui il professore? Oh! Dio, che disastro, che disfatta, che dolore. Tutto offendeva la sua sensibilità. Avrebbe dovuto essere piú forte, non lasciarsi andare alle meraviglie del suo seno, al fascino del suo argomentare, al desiderio della carne. Avrebbe dovuto allontanarsi dal suo seno, non andargli incontro, ma gli andò incontro e incontro fu. Ora scontava il prezzo del piacere colto, accolto, e vissuto, dell’ineffabile incontro in quello spazio senza confini tra un uomo e una donna, ma per la legge era minorenne. Non solo per la legge, ora anche per lui. E questo poteva non essere importante perché non lo sapeva, onestamente, ma il vero problema era il ruolo, che sconsigliava di avere rapporti con gli allievi. Non si era attenuto a questa regola non scritta, ma sensata e moralmente corretta. Ora doveva scontare la sua colpa. Non sarebbe andato súbito in galera, ma il rischio di andare in galera era serio. Aveva bisogno di un avvocato e di un bravo avvocato. Avrebbe avuto bisogno di soldi, che egli non aveva da parte. La famiglia avrebbe potuto aiutarlo, ma le speranze erano scarse, date le scarse risorse alle quali poteva attingere. E la forza di chiedere si affievoliva al solo pensarlo perché il fatto era ignominioso. Come chiedere aiuto per una simile sciagurataggine? Era perduto.

Il processo si svolse in tante sedute. I giornali spettegolarono anche sui dettagli scabrosi e totalmente inventati, ingigantiti, stravolti. Soffriva nel vedere Manuela al processo, sempre distrutta, ma anche con una certa dose di veleno e rivalsa nei suoi confronti, posseduta da una volontà di vendetta, che non avrebbe immaginato. Capiva che era entrata nella sua parte e si era chiusa nel ruolo di angelo vendicatore, assetata di giustizia, bramosa della sua distruzione fisica e mentale. Voleva cancellare la sua esistenza per vivere senza il ricordo insopportabile delle conseguenze di quell’atto, voleva distruggere per trovare gli spazi incontaminati dell’esistenza, voleva annullare quel momento di unione esaltante e meraviglioso per vivere ancora il sogno giacché la meraviglia alla quale si era accordata aveva portato imprevedibili conseguenze, anche accidentali. Ella voleva annichilirlo, ma egli sapeva che ella ci provava, ma non poteva farlo. Il vissuto piú è rifiutato, piú si ostina a emergere dal dimenticatoio e diventa incancellabile. Si era abbandonata con tanta disponibilità e fiducia in sé all’incontro, che non bastava distruggere l’oggetto che l’aveva lusingata. Se non avesse incontrato la sua amica in quell’istante particolare, forse la storia avrebbe avuto un prosieguo favorevole per lui o sarebbe finita come tante: un tassello, una tessera di esperienza di vita emotiva e sessuale. Chissà. Forse, questo era il solito e sconcertante modo di pensare degli uomini, ma non era il suo caso e come dimostrarlo costituiva, in quel momento, la sua ossessione fuori della matematica, la sua impotenza di fronte all’accusa, la sua fine. Era perduto, dunque, senza appello.
La condanna era inevitabile e non solo per la minore età, ma anche per il ruolo e per la possibilità di pentirsi che a una donna è riconosciuta. Già! Si consolava calcando sul suo essere minorenne. Diversamente, c’era da preoccuparsi per il futuro dei rapporti tra uomo e donna e del corteggiamento. Inutile argomentare su un destino perverso e crudele, aiutato a imperversare. Quante domande che non aiutavano piú. Come iniziare un rapporto tra due di due generi? C’è Un momento in cui uno dei due, che per convenzione è sempre l’uomo, istrada verso l’amplesso. Se chi lo fa è sempre a rischio di denuncia, come si possono incontrare un uomo e una donna? Firmando la carta bollata? Bah! Queste elucubrazioni sviluppate durante il processo, ora, non gli servivano piú: la sua vita era totalmente distrutta, come era distrutta, forse, anche quella di Manuela. Due vite travolte e ferite dalla casualità dell’arco voltaico scattato dal desiderio sfuggito di incontro con l’altro sesso, dalla sfida all’ignoto, dalla tentazione dell’avventura, dalla soddisfazione che si supponeva derivasse dall’eccentrica fusione di corpi e mente, dal possesso psicologico e fisico dell’uno e dell’altro. Era stata un’illusione cedere agli specchi del magico gioco del rincorrersi fino a perdersi per la totalità di un istante eterno o per un irresponsabile bruciarsi le ali al fuoco della candela dei suoi occhi sicché cadde «come corpo morto cade» senza piú il sostegno delle ali.

La condanna ci fu e fu dura, esemplare. Avrebbe pagato il suo debito, ma la sua vita si sarebbe spenta, non avrebbe piú potuto immaginare orizzonti lontani, si sarebbe perso nel cielo a scacchi delle finestre, avrebbe evaporato nel buco di azzurro dell’ora d’aria. Niente piú progetti. Niente piú amore per anni. Niente piú amici e famigliari. Avrebbe dovuto imparare a essere qui/là e ora e con sé per scoprire l’infinita ricchezza del fare e del non fare, della riflessione, della meditazione, del possibile incontro di un infinito da inventare per ritrovare l’inizio dalla fine.